Il messaggio di Natale del nostro Arcivescovo Stefano
Cari fratelli e sorelle in Cristo,
in questa notte santa del Natale 2025, mentre il mondo è travolto da un’ondata di violenza, paura e disperazione come non vedevamo da decenni, vi parlo da padre e fratello, da discepolo che cammina nelle strade ferite della nostra società. Vi parlo nella fedeltà alla tradizione apostolica viva, libera da ogni centralismo autoritario e spalancata alla profezia evangelica che non consola, ma scuote.
Il profeta Isaia annunciava:
«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).
Ma oggi, nel 2025, diciamolo senza ipocrisie: le tenebre sembrano più fitte che mai. Guerre devastano intere regioni – Ucraina, Medio Oriente, Sudan, Siria, Congo, Myanmar – lasciando dietro di sé milioni di morti, feriti, mutilati, profughi senza nome. La crisi climatica non è più una minaccia futura: è un giudizio presente, che affoga città, brucia terre, produce carestie e nuove migrazioni forzate. Le disuguaglianze crescono come una piaga aperta, mentre la polarizzazione sociale trasforma la paura in odio e l’odio in violenza. E non possiamo tacere davanti al genocidio che Israele sta perpetrando ai danni della Palestina, ferita aperta nel corpo dell’umanità. A Gaza, in Cisgiordania, bambini vengono freddati, altri vengono sepolti sotto le macerie mentre il mondo discute di “equilibri geopolitici”. Questo non è equilibrio: è abominio! Condanniamo senza ambiguità ogni forma di terrorismo, ogni violenza che colpisce civili innocenti, ogni odio antisemita e islamofobo, ogni emarginazione dovuta a motivo di religione, sesso e orientamento sessuale. Ma con la stessa chiarezza evangelica denunciamo l’oppressione sistematica dei popoli, l’occupazione, l’assedio, la distruzione deliberata di vite, case, ospedali, scuole. Non c’è sicurezza costruita sulla negazione della dignità dell’altro. Non c’è promessa biblica che giustifichi l’umiliazione permanente di un popolo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non benedice i carri armati e le armi come fanno ancora oggi certe chiese patriarcali e retrograde, ma ascolta il grido degli oppressi. E chi usa Dio per giustificare la morte tradisce Dio stesso.
È questo il mondo in cui vogliamo fare memoria del Bambino di Betlemme?
Il Verbo si fa carne proprio qui, proprio ora, per squarciare le tenebre, per gridare un "basta!” profetico contro l’idolatria della guerra, del profitto, della sicurezza armata, del potere che schiaccia i piccoli.
Osserviamo il presepe per cinque secondi.
Vediamo Giuseppe e Maria, poveri, vulnerabili, profughi, costretti a fuggire in Egitto per strappare il figlio alle mani assassine di Erode. Questo non è folklore: è Vangelo allo stato puro. Oggi quel Vangelo si sta ripetendo nella nostra società: milioni di uomini, donne e bambini fuggono da bombe, fame e disastri climatici. Bussano alle nostre porte e trovano muri, respingimenti, filo spinato, indifferenza di una società che è tornata indietro di un secolo.
Come possiamo celebrare il Natale voltandoci dall’altra parte davanti a questa nuova strage degli innocenti?
Il Magnificat di Maria non è una ninna nanna: è dinamite spirituale.
«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).
Questa è una rivoluzione evangelica, non un’immagine poetica. Dio prende partito.
Si incarna nella debolezza umana, massacrata dell'umanità ormai senza pietà, si manifesta negli oppressi, negli emarginati e nei discriminati, contro i sistemi che accumulano ricchezza sulla pelle dei poveri, devastano il creato e seminano morte con armi sempre più sofisticate e “legittimate”.
Come Chiesa, radicata nella libertà dello Spirito e nel rifiuto di ogni forma di dominio clericale e politico, non possiamo tacere, dobbiamo alzare la nostra voce e denunciare le violenze che crocifiggono la nostra società. In questo tempo che ha tratti apertamente apocalittici, siamo chiamati a essere voce profetica, non eco rassicurante del potere non più democratico, dove i giornalisti sono messi a tacere, ogni manifestazione pacifica viene sedata con l'oppressione e la libertà ci sta per venire tolta da chi brandisce rosari e crocifissi.
È finito il tempo delle pie devozioni!
Il Natale ci chiede conversione radicale, e non c’è più tempo di pensare da che parte stare. O si sta dalla parte del Vangelo o si sta contro il Vangelo.
Denunciamo senza ambiguità le guerre che, nel solo 2025, hanno raggiunto livelli record, alimentate da interessi economici, complessi militari-industriali e nazionalismi idolatrici. Speriamo nel disarmo immediato, non come utopia ingenua ma come necessità di sopravvivenza. Auspichiamo la conversione evangelica dei governanti per un'accoglienza reale e incondizionata dei migranti. Speriamo nella giustizia climatica per i popoli del Sud del mondo, che pagano il prezzo più alto della nostra avidità travestita da progresso.
Gesù è chiarissimo, e non lascia scappatoie: «Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40) e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Non illudiamoci: la pace non è quiete, non è equilibrio armato, non è il silenzio dei cimiteri. La pace è giustizia incarnata, è resistenza nonviolenta, è fedeltà ostinata al Vangelo contro ogni sistema che nega la dignità umana.
Fratelli e sorelle,
questo Natale non sia una fuga consolatoria, ma un impegno che brucia.
Nelle nostre comunità, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni.
Stiamo dalla parte di chi costruisce pace, di chi difende il creato, di chi accoglie lo straniero non per carità, ma per giustizia.
La luce di Betlemme non è una luce soffusa da presepe:
è fuoco che brucia l'ingiustizia e nel suo cammino fa sbocciare pace, amore, uguaglianza e libertà.
Un fuoco che deve bruciare le nostre ipocrisie, smascherare le nostre complicità e illuminare i nostri cuori e le nostre menti per una possibilità concreta di un mondo nuovo, del Regno di Dio su questa terra.
Che il Principe della Pace ci conceda il coraggio di essere testimoni scomodi, audaci, fedeli fino in fondo.
++Stefano, arcivescovo primate
in questa notte santa del Natale 2025, mentre il mondo è travolto da un’ondata di violenza, paura e disperazione come non vedevamo da decenni, vi parlo da padre e fratello, da discepolo che cammina nelle strade ferite della nostra società. Vi parlo nella fedeltà alla tradizione apostolica viva, libera da ogni centralismo autoritario e spalancata alla profezia evangelica che non consola, ma scuote.
Il profeta Isaia annunciava:
«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).
Ma oggi, nel 2025, diciamolo senza ipocrisie: le tenebre sembrano più fitte che mai. Guerre devastano intere regioni – Ucraina, Medio Oriente, Sudan, Siria, Congo, Myanmar – lasciando dietro di sé milioni di morti, feriti, mutilati, profughi senza nome. La crisi climatica non è più una minaccia futura: è un giudizio presente, che affoga città, brucia terre, produce carestie e nuove migrazioni forzate. Le disuguaglianze crescono come una piaga aperta, mentre la polarizzazione sociale trasforma la paura in odio e l’odio in violenza. E non possiamo tacere davanti al genocidio che Israele sta perpetrando ai danni della Palestina, ferita aperta nel corpo dell’umanità. A Gaza, in Cisgiordania, bambini vengono freddati, altri vengono sepolti sotto le macerie mentre il mondo discute di “equilibri geopolitici”. Questo non è equilibrio: è abominio! Condanniamo senza ambiguità ogni forma di terrorismo, ogni violenza che colpisce civili innocenti, ogni odio antisemita e islamofobo, ogni emarginazione dovuta a motivo di religione, sesso e orientamento sessuale. Ma con la stessa chiarezza evangelica denunciamo l’oppressione sistematica dei popoli, l’occupazione, l’assedio, la distruzione deliberata di vite, case, ospedali, scuole. Non c’è sicurezza costruita sulla negazione della dignità dell’altro. Non c’è promessa biblica che giustifichi l’umiliazione permanente di un popolo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non benedice i carri armati e le armi come fanno ancora oggi certe chiese patriarcali e retrograde, ma ascolta il grido degli oppressi. E chi usa Dio per giustificare la morte tradisce Dio stesso.
È questo il mondo in cui vogliamo fare memoria del Bambino di Betlemme?
Il Verbo si fa carne proprio qui, proprio ora, per squarciare le tenebre, per gridare un "basta!” profetico contro l’idolatria della guerra, del profitto, della sicurezza armata, del potere che schiaccia i piccoli.
Osserviamo il presepe per cinque secondi.
Vediamo Giuseppe e Maria, poveri, vulnerabili, profughi, costretti a fuggire in Egitto per strappare il figlio alle mani assassine di Erode. Questo non è folklore: è Vangelo allo stato puro. Oggi quel Vangelo si sta ripetendo nella nostra società: milioni di uomini, donne e bambini fuggono da bombe, fame e disastri climatici. Bussano alle nostre porte e trovano muri, respingimenti, filo spinato, indifferenza di una società che è tornata indietro di un secolo.
Come possiamo celebrare il Natale voltandoci dall’altra parte davanti a questa nuova strage degli innocenti?
Il Magnificat di Maria non è una ninna nanna: è dinamite spirituale.
«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).
Questa è una rivoluzione evangelica, non un’immagine poetica. Dio prende partito.
Si incarna nella debolezza umana, massacrata dell'umanità ormai senza pietà, si manifesta negli oppressi, negli emarginati e nei discriminati, contro i sistemi che accumulano ricchezza sulla pelle dei poveri, devastano il creato e seminano morte con armi sempre più sofisticate e “legittimate”.
Come Chiesa, radicata nella libertà dello Spirito e nel rifiuto di ogni forma di dominio clericale e politico, non possiamo tacere, dobbiamo alzare la nostra voce e denunciare le violenze che crocifiggono la nostra società. In questo tempo che ha tratti apertamente apocalittici, siamo chiamati a essere voce profetica, non eco rassicurante del potere non più democratico, dove i giornalisti sono messi a tacere, ogni manifestazione pacifica viene sedata con l'oppressione e la libertà ci sta per venire tolta da chi brandisce rosari e crocifissi.
È finito il tempo delle pie devozioni!
Il Natale ci chiede conversione radicale, e non c’è più tempo di pensare da che parte stare. O si sta dalla parte del Vangelo o si sta contro il Vangelo.
Denunciamo senza ambiguità le guerre che, nel solo 2025, hanno raggiunto livelli record, alimentate da interessi economici, complessi militari-industriali e nazionalismi idolatrici. Speriamo nel disarmo immediato, non come utopia ingenua ma come necessità di sopravvivenza. Auspichiamo la conversione evangelica dei governanti per un'accoglienza reale e incondizionata dei migranti. Speriamo nella giustizia climatica per i popoli del Sud del mondo, che pagano il prezzo più alto della nostra avidità travestita da progresso.
Gesù è chiarissimo, e non lascia scappatoie: «Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40) e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Non illudiamoci: la pace non è quiete, non è equilibrio armato, non è il silenzio dei cimiteri. La pace è giustizia incarnata, è resistenza nonviolenta, è fedeltà ostinata al Vangelo contro ogni sistema che nega la dignità umana.
Fratelli e sorelle,
questo Natale non sia una fuga consolatoria, ma un impegno che brucia.
Nelle nostre comunità, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni.
Stiamo dalla parte di chi costruisce pace, di chi difende il creato, di chi accoglie lo straniero non per carità, ma per giustizia.
La luce di Betlemme non è una luce soffusa da presepe:
è fuoco che brucia l'ingiustizia e nel suo cammino fa sbocciare pace, amore, uguaglianza e libertà.
Un fuoco che deve bruciare le nostre ipocrisie, smascherare le nostre complicità e illuminare i nostri cuori e le nostre menti per una possibilità concreta di un mondo nuovo, del Regno di Dio su questa terra.
Che il Principe della Pace ci conceda il coraggio di essere testimoni scomodi, audaci, fedeli fino in fondo.
++Stefano, arcivescovo primate
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)