Donne nella Chiesa di Roma, solo se servono il caffè.
La rivoluzione promessa da Bergoglio che non è mai arrivata. Il grande inganno bergogliano fatto di promesse vuote e rivoluzioni mai nate.

Quando il vescovo di Roma Francesco salì al soglio pontificio, molti videro in lui il segno di un tempo nuovo. I suoi primi gesti, le parole semplici, l’atteggiamento umile, avevano l’effetto di un risveglio. Si respirava aria di primavera, dopo decenni di inverni dottrinali. Tra le tante speranze che si accesero in quei primi anni, ce n’era una che infiammava molti cuori, soprattutto tra le donne: che finalmente la Chiesa avrebbe posto fine alla loro emarginazione sistemica. Si immaginava una chiesa [cattolico-romana] diversa, dove le donne non fossero solo catechiste, sacrestane e volontarie, ma anche leader, predicatrici, teologhe ascoltate, magari un giorno perfino diacone o presbitere come nelle altre chiese cattoliche indipendenti dal Vaticano. Ma la realtà, una volta che il fumo della retorica si è dissolto, si è rivelata ben diversa. A distanza di 12 anni, possiamo dirlo con chiarezza: la rivoluzione promessa da Bergoglio, sul fronte femminile, non è mai nemmeno cominciata. È rimasto tutto fermo. Come prima. Anzi, più che fermo: bloccato dietro una cortina di parole ben calibrate, simboli che fanno scena, e decisioni che non cambiano nulla.

Nel 2021, il vescovo di Roma ha promulgato il motu proprio Spiritus Domini, con cui ha aperto formalmente i ministeri laicali del lettorato e dell’accolitato anche alle donne. Titoli altisonanti su giornali e riviste religiose gridavano al cambiamento storico. Le televisioni parlavano di una “Chiesa che si rinnova”. Eppure, se si va a leggere cosa realmente è stato fatto, si scopre che quel documento è uno specchio per le allodole. Il lettorato e l’accolitato non sono ministeri ordinati e non richiedono l’imposizione delle mani. Non conferiscono alcun potere pastorale. Sono incarichi che, nella vita concreta delle parrocchie, venivano già svolti dalle donne da decenni come “ministri straordinari”. Quello che ha fatto Francesco è stato semplicemente istituzionalizzare ciò che già avveniva. Nessuna rottura col passato, nessuna apertura verso l’ordinazione, neppure al diaconato. Bergoglio stesso si è affrettato a ribadire che non s'intende modificare in alcun modo la dottrina cattolico-romana sul presbiterato riservato agli uomini. In pratica: vi lasciamo fare ciò che già facevate, ma ora con un’etichetta ufficiale. È un po’ come regalare a qualcuno un titolo onorifico, sapendo che non comporterà alcun reale cambiamento nella sua vita. È un riconoscimento vuoto. E infatti, nella sostanza, non è cambiato nulla.

Per capire perché questo tema è così bloccato, bisogna guardare alla fonte più profonda: il Magistero della Chiesa di Roma. Nel 1994, Giovanni Paolo II scrisse una delle lettere più nette e definitive della storia recente: Ordinatio Sacerdotalis. In quel testo, affermò con parole cristalline che la Chiesa “non ha in alcun modo la facoltà” di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. E aggiunse: “Questa sentenza dev’essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Non una proposta, non una riflessione aperta, ma una chiusura categorica, vincolante, irrevocabile.

Anche il Catechismo della Chiesa cattolico-romana, al n. 1577, ribadisce questo punto in modo inequivocabile: “Solo un uomo battezzato può ricevere validamente l’ordinazione sacra. [...] La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso”. E il Compendio, al n. 328, lo ripete: “Per questo l’ordinazione delle donne non è possibile”. Queste non sono affermazioni su cui si possa dialogare. Sono muri, non ponti. Sono recinti teologici dentro i quali nessuna donna può entrare, a prescindere dalla sua vocazione, dai suoi studi, dalla sua fede.

Ma allora, ci si chiede, perché Francesco ha istituito ben due commissioni di studio sul diaconato femminile? La prima nel 2016, la seconda nel 2020? Forse c’era davvero una volontà di aprire un varco? La risposta, purtroppo, è cinica ma realistica: le commissioni sono servite a prendere tempo. A placare le aspettative, a diluire le pressioni, a mantenere le apparenze di un processo in atto. Ma la realtà è che nessuna di queste commissioni ha prodotto un cambiamento, né tantomeno un documento vincolante. I risultati non sono mai stati pubblicati interamente, e ogni conclusione è stata lasciata nel vago. Bergoglio ha dichiarato che “la ricerca continua”, che “bisogna studiare meglio”, che “non c’è chiarezza”. È il classico stile vaticano: si studia a oltranza, così non si decide mai.

Non tutti ricordano che la prima "indagine sistematica" sul diaconato femminile non è nata con Francesco, ma addirittura con Paolo VI, negli anni successivi al Concilio Vaticano II. In quel periodo di fermento ecclesiale, tra aperture e timori, il primate romano volle chiarire se fosse possibile ripristinare l’antico ordine delle diacone, di cui si trova traccia nei primi secoli della Chiesa (primitiva). Ebbene, quella commissione di studio lavorò in silenzio, studiò le fonti patristiche, i testi liturgici antichi, e i documenti conciliari. Già allora si sapeva che la figura del diaconato femminile poteva essere assimilata al ministero ordinato, ma fu messa da parte e non fu resa pubblica. Il risultato: la questione fu lasciata marcire, ripescata poi da Francesco cinquant’anni dopo, come se fosse una novità da indagare. La ripresa del tema da parte del pontefice argentino, quindi, non è segno di apertura, ma di un eterno ritorno: si finge di affrontare il problema, lo si affida a una nuova commissione, lo si avvolge nel linguaggio ambiguo della “ricerca teologica”… e poi si archivia tutto, come fece Paolo VI. È un copione che si ripete. Ma ora, dopo decenni di illusioni, molti non ci cascano più. Il tempo delle promesse sospese è finito.

Nel grande progetto della sinodalità, tanto sbandierato in questi anni, si è detto che le donne avrebbero finalmente avuto voce. Ed è vero: alcune donne hanno partecipato ai lavori sinodali con diritto di voto. È un fatto simbolicamente importante. Ma anche qui, siamo lontani da un vero cambiamento. Perché ascoltare non è decidere. E nei luoghi dove si decidono le linee dottrinali, dove si decidono vescovi, dove si firma il destino della chiesa romana, le donne non ci sono. Non c’erano prima e non ci sono oggi. Possono parlare, ma non contano. Come ha scritto la teologa Marinella Perroni, “si ascoltano le donne, ma si continua a decidere senza di loro.” È la differenza tra partecipare a una discussione e guidarla. Tra stare seduti tra gli uditori e sedere dietro al microfono.

In fin dei conti, ciò che risulta più amaro è la constatazione che tutto ciò che il vescovo di Roma Francesco ha fatto per le donne nella Chiesa è stato solo facciata. Simboli, gesti, commissioni, frasi a effetto. Ma quando si arriva al cuore del problema — il potere, l’autorità, la sacramentalità — la porta resta chiusa. Il pontificato di Francesco ha mantenuto intatto il sistema patriarcale della Chiesa, mascherandolo dietro un linguaggio più gentile. Ha trasformato l’esclusione in una forma elegante di riconoscimento senza effetti. Ha confezionato una teologia dell’inclusione che, di fatto, serve solo a confermare la marginalizzazione. È chiaramente una contraddizione teologica, come ha scritto Teresa Forcades. È il segno di una Chiesa che dice di voler camminare, ma resta immobile. Che promette di rinnovarsi, ma ha paura del cambiamento. Che parla di uguaglianza, ma non riesce nemmeno a nominare la parola “potere” in relazione alle donne.

Quello che resta oggi, a distanza di anni, è la delusione. Il disincanto. Il senso di essere stati presi in giro con le migliori intenzioni. Francesco ha fatto sognare, ma non ha cambiato nulla. Ha parlato di riforma, ma ha rafforzato il sistema esistente. Ha promesso spazio, ma ha concesso solo platea. E allora forse è tempo di dire le cose come stanno: il pontificato di Francesco, sul fronte delle donne, è stato un fallimento. Non per incapacità, ma per scelta. Non per mancanza di strumenti, ma per mancanza di volontà. E la Chiesa di Roma, ancora una volta, ha perso l’occasione di diventare veramente credibile.

Bibliografia

Documenti Magisteriali e Dottrinali

  • Giovanni Paolo II, Ordinatio Sacerdotalis (Lettera Apostolica sul sacerdozio riservato solo agli uomini), 22 maggio 1994.

  • Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), 1992.

    • § 1577 – "Solo un uomo battezzato può ricevere validamente l’ordinazione sacra..."

    • § 1598 – "La Chiesa si riconosce vincolata da questa scelta fatta dal Signore stesso."

  • Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 2005.

    • § 328 – "Perché non si può conferire l’ordinazione alle donne?"

  • Paolo VI, Ministeria Quaedam (Lettera Apostolica sulla riforma degli ordini minori), 15 agosto 1972.

  • Papa Francesco, Spiritus Domini (Motu proprio sull’accesso delle donne ai ministeri del lettorato e dell’accolitato), 10 gennaio 2021.

  • Lettera di accompagnamento di Papa Francesco al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, 2021.

Fonti Secondarie e Studi

  • Marinella Perroni, “Le donne nella Chiesa: ascoltate ma escluse?”, in Credere Oggi, 2023.

  • Phyllis Zagano, Women Deacons: Past, Present, Future, Paulist Press, 2011.

  • Sara Butler, The Catholic Priesthood and Women: A Guide to the Teaching of the Church, Hillenbrand Books, 2006.

  • Karl Rahner, La Chiesa del futuro, Queriniana, 1971.

 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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