Il pontificato di Leone XIV, scelto come vescovo di Roma, si avvia con un silenzio che non affronta le sfide cruciali, rivelando una Chiesa paralizzata dalla paura di cambiamento.

È l’8 maggio 2025. Piazza San Pietro, come sempre, è gremita. Lo sguardo dei presenti è più curioso che entusiasta. La morte di Bergoglio ha lasciato un vuoto non solo per la sua figura, ma per il suo stile populista e conservatore. E poi arriva quel nome: Robert Francis Prevost. Un nome che quasi nessuno fuori dal Vaticano conosce. Americano, agostiniano, ex missionario in Perù, uomo di curia da due anni appena. Il suo pontificato comincia con un’esplosione dei media. Sceglie di chiamarsi Leone XIV, evocando un passato glorioso. Ma la domanda che inizia a serpeggiare è: sarà davvero un leone? O solo un altro burocrate con il timbro pontificio?

Non si può negare: Prevost ha studiato. Ha servito. Ha viaggiato. Ha scalato la gerarchia come si sale una scala d’albergo: con ordine, in silenzio, senza scosse. Laureato in filosofia e matematica, con un dottorato in diritto canonico a Roma, missionario in Perù per oltre vent'anni, poi vescovo, poi prefetto del Dicastero per i Vescovi — uno dei ruoli più centrali e più opachi della macchina vaticana. Ma tutto questo non basta per spiegare una figura papabile. Anzi, Prevost rappresenta perfettamente quel modello di ecclesiastico che Bergoglio sembrava voler superare: preparato ma anodino, prudente fino alla sterilità, presente ma mai visibile. L’uomo giusto se si vuole conservare, non trasformare. E questo fa pensare che il Conclave, più che cercare un visionario, abbia cercato un custode. E questo, già in sé, è una sconfitta.

Molti giornali, per addolcire la pillola, hanno insistito sulla “esperienza missionaria” di Prevost in Perù. Ma bisogna dirlo chiaramente: non è stato un Oscar Romero. Non ha denunciato regimi corrotti, non ha sfidato logiche economiche o ecclesiastiche oppressive. La sua missione fu sì duratura, ma perfettamente incastonata nella diplomazia vaticana. Ha operato con efficacia, ma anche con estrema cautela. In un continente dove la Chiesa di Roma si gioca gran parte del suo futuro — e dove sempre più persone si spostano verso evangelici o semplicemente si allontanano — ci sarebbe stato bisogno di una figura capace di incarnare conflitto, conversione, radicalità. Invece no. Prevost ha attraversato l’America Latina.

Il mondo attendeva parole forti, posizioni nette, gesti che rompessero il vetro dell’apparenza. Invece, nelle prime ore del suo pontificato, Leone XIV ha pronunciato un discorso vago, fatto di buoni sentimenti, privo di una direzione precisa. Ha parlato di pace, di cammino comune, di inclusione. Ma dove sono le parole sulla pedofilia sistemica? Sulle finanze vaticane opache? Sul disastro della gestione dei seminari in Occidente? Sul ruolo delle donne? Sulla sinodalità che rischia di diventare una farsa? Tace. E nel suo tacere, acconsente. Perché il silenzio, nella Chiesa di Roma, è raramente neutro. È scelta. È strategia. Ed è, troppo spesso, vigliaccheria.

Molti hanno celebrato il fatto che per la prima volta un americano sia diventato papa. Ma è davvero un segnale positivo? O è piuttosto il segno di un riequilibrio del potere ecclesiastico verso i Paesi più ricchi e influenti? Gli Stati Uniti — pur con una presenza cattolica minoritaria — esercitano una forte influenza sui media, sulla cultura religiosa, sull’economia della Chiesa. L’ascesa di Prevost potrebbe rispondere anche a questa logica geopolitica: portare in trono una figura rassicurante per il mondo anglofono, capace di riavvicinare i finanziatori e tenere buoni i vescovi conservatori d’Oltreoceano. Ma così si tradisce l’idea stessa di universalità cattolico-romana. Si tradisce Roma. Si tradisce il Vangelo.

Il vero dramma non è tanto Papa Leone XIV, quanto ciò che la sua elezione rivela della Chiesa nel 2025: una comunità esausta, impaurita, paralizzata dal terrore di spaccarsi. Un’istituzione che ha vissuto la stagione di Francesco come un terremoto, e ora cerca disperatamente stabilità, anche a costo dell’irrilevanza. Ma una Chiesa che non osa più è una Chiesa che ha rinunciato a essere profetica. E una Chiesa senza profezia non è altro che una ONG con abiti talari. Papa Leone XIV è, forse, il sintomo più eclatante di questa deriva: un uomo buono, mite, intelligente — ma senza fuoco. Senza ferite. Senza visione.

Ogni pontificato porta con sé una possibilità. Anche questo. Eppure, il pontificato di Leone XIV sembra cominciare già affaticato, come se stesse portando un’eredità che non ha chiesto e un ruolo che non desiderava. I segni di una crisi profonda ci sono tutti: istituzionale, vocazionale, spirituale. E la risposta che viene da San Pietro è un sorriso stanco e rassicurante. Troppo poco. Decisamente troppo poco. In un momento storico in cui il mondo chiede alla Chiesa verità, coraggio, sangue — arriva un vescovo di Roma che sembra fatto di garza.

Approfondimenti:

Il caso McGrath e la rete di silenzi
Leone XIV e l’inchino ai Pro Vita
Sarah, l'inviato speciale

 

Comunicati della Chiesa Vetero Cattolica Riformata:

Il Regno di Dio non esclude nessuno!
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