Il neoeletto Leone XIV legittima pubblicamente il movimento estremista Pro Vita, segnando una preoccupante alleanza tra la Chiesa di Roma e l'ideologia ultraconservatrice.
È domenica 11 maggio. Piazza San Pietro è piena. Leone XIV, neoeletto, si affaccia al balcone per il suo primo Regina Caeli. Tutto il mondo lo guarda. Tutti attendono un segnale. E lui lo dà, chiaro e pesante: “Saluto i partecipanti alla manifestazione ‘Scegliamo la vita’.” Una frase secca, ma rivelatrice. Un gesto che vale più di un'enciclica. Il nuovo vescovo di Roma sceglie di benedire pubblicamente, alla sua prima uscita, uno dei movimenti più retrivi, aggressivi e ideologicamente tossici del panorama cattolico europeo: Pro Vita & Famiglia, fautori di una guerra senza tregua contro l’aborto, le persone LGBTQIA+, l’educazione sessuale, il consenso, la libertà.
Chi sono i Pro Vita? Sotto il mantello del “diritto alla vita”, questi gruppi portano avanti una visione rigidamente patriarcale e autoritaria della società, in cui la donna è ridotta a madre biologica, a un utero, la libertà è una colpa e l’identità di genere è un “errore da correggere”, l’aborto è sempre e comunque un delitto. Si oppongono alla legge 194, chiedono l’abolizione della RU486, si scagliano contro il consenso informato, e promuovono campagne con immagini shock: feti insanguinati sui manifesti, madri descritte come assassine, bambini gay accostati alla “devianza”. Non difendono la vita. Difendono il controllo. Sui corpi. Sulle coscienze. Sulle scelte. Sulle donne. E oggi hanno ottenuto quello che volevano: la legittimazione pubblica del loro vescovo.
È sempre la stessa storia: il feto è sacro, la donna è un contorno. La narrazione dei Pro Vita è ossessivamente centrata sul non-nato, mai sulla persona che porta quel feto, sul dramma esistenziale che lo circonda, sulle condizioni sociali e psicologiche che rendono certe scelte inevitabili. Parlano di “difesa della vita”, ma non hanno mai speso una parola per le donne violentate, per quelle che muoiono per aborti clandestini, per chi non può permettersi nemmeno una visita ginecologica. Un movimento che si autoproclama “in difesa della vita” mentre disumanizza, colpevolizza e perseguita. Nessuna marcia, nessun convegno, nessun finanziamento per asili nido, congedi parentali, educazione sessuale per far prevenzione agli stupri e alle violenze. Solo un’ideologia martellante che trasforma l’utero in una proprietà pubblica e la coscienza in un reato. Sono quelli delle immagini shock con feti insanguinati e delle campagne in cui le madri che abortiscono vengono descritte come assassine. Quelli che paragonano i bambini gay alla “devianza”.
La legge 194/1978 stabilisce che in Italia l’aborto è legale su richiesta della donna entro i primi 90 giorni di gravidanza. Dopo la 12ª settimana è consentito solo in caso di grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, o in presenza di gravi malformazioni del feto. Quindi secondo la medicina e la neurologia, fino alla 12ª settimana non si può parlare di "vita umana nel senso completo del termine", cioè una vita dotata di coscienza, sensibilità e identità personale. Alla 12ª settimana esiste un embrione/feto con sviluppo organico in corso, ma non ha ancora attività cerebrale complessa, non è cosciente, non prova dolore. È biologicamente vivo (come lo sono anche spermatozoi, ovuli, cellule della pelle), ma non è un soggetto umano cosciente. Gli organi principali si stanno formando, ma non funzionano in modo autonomo o coordinato. La medicina distingue chiaramente tra "attività cellulare" e "coscienza". La “vita umana”, nel senso etico e giuridico, non coincide con un battito cardiaco o con la semplice presenza del DNA umano: è coscienza, relazione, e poi anche esperienza del mondo. Tutti elementi assenti prima della 20ª–24ª settimana di gestazione.
I Pro Vita & Famiglia non sono un’associazione marginale. Hanno finanziatori potenti, relazioni internazionali e un’influenza crescente nel dibattito pubblico. Hanno sostenuto campagne contro i diritti civili in Italia, si sono opposti alle leggi contro l’omofobia, hanno fatto lobby al Parlamento europeo con le stesse retoriche della destra ultracattolica-romana statunitense. Tra i loro riferimenti ci sono Steve Bannon, l’Opus Dei, movimenti neofondamentalisti come HazteOir in Spagna o Ordo Iuris in Polonia. Il loro modello culturale non è Francesco d’Assisi, ma Viktor Orbán. Quando il vescovo di Roma li saluta, non saluta una folla indistinta di fedeli. Saluta un progetto politico preciso.
Oggi più che mai, una qualunque chiesa cristiana dovrebbe essere una madre, non un giudice. Il mondo ha bisogno di una parola di misericordia e di sostegno, non di una crociata. Le donne che abortiscono non lo fanno con leggerezza. Lo fanno in solitudine, spesso nella colpa, nella paura, nel silenzio. La Chiesa dovrebbe essere lì, in quel silenzio. Invece, oggi ha parlato con chi grida più forte. Un saluto come quello del vescovo Prevost non è solo un gesto pastorale. È una scelta di campo. E quel campo, oggi, è infestato da slogan disumani, manipolazioni scientifiche, e una visione antropologica regressiva che riduce l’essere umano a un corpo da regolare.
Chi legittima questi movimenti, li rafforza. Chi li saluta dal balcone istituzionale, li consacra e li eleva a un cardine. E chi tace sulle loro derive, se ne fa complice. Il Vangelo che salva è quello che tocca le ferite, non quello che le nega. È quello che sa che la legge, da sola, uccide. E che l’amore, quando è autentico, non si impone. Se Leone XIV vuole davvero essere pastore e non burocrate, dovrà presto decidere: vuole accompagnare chi soffre, o blandire chi giudica? Vuole che la sua chiesa consoli e stia al fianco delle persone, o controlli e imponga dettami ergendosi pure come sapiente della medicina e della scienza? Perché oggi, il primo passo lo ha fatto verso la seconda, non solo denigrando le donne, ma anche gli scienziati che dedicano la loro vita alla ricerca.
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