VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 14,23-29 - La pace di Gesù e la libertà dei cuori
“Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”
Immagina l’ultima sera di Gesù con i suoi amici e le sue amiche. Una stanza raccolta, un clima di intimità e di attesa, forse anche di timore. L’aria è carica di qualcosa che sta per finire e di qualcosa che sta per nascere. Giovanni, più di ogni altro evangelista, trasforma questa notte in un tempo dilatato, dove ogni parola detta da Gesù si fa eco profonda, memoria eterna, rivelazione viva. In questo clima denso, Gesù pronuncia parole che cambiano tutto: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola, il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
Non è una promessa per il futuro, non parla di un altrove. È il presente il luogo dove Dio sceglie di abitare. Non nei templi, non nei riti, non nei dogmi, ma nel cuore e nella vita di chi ama. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, un’adesione quotidiana alla sua Parola, al suo stile di vita, alla sua logica di prossimità, misericordia, umanità.
Per secoli abbiamo pensato a Dio come a un Signore distante, da raggiungere, da compiacere, da pregare affinché si avvicini. Ma Gesù ribalta questa immagine: non siamo noi ad andare da Dio, è Lui che viene a noi, ogni volta che scegliamo l’amore vero. Ogni gesto di accoglienza, ogni parola di perdono, ogni atto di giustizia è una porta che si apre a Dio. E Lui entra, non da solo, ma con il Figlio, con lo Spirito, con tutta la sua pienezza. Giovanni costruisce una teologia dell’intimità, non del potere. Eppure, come ci ricordano le parole forti dei testi che ci accompagnano, nel corso della storia della Chiesa questa Parola è stata oscurata. Si è preferito costruire cattedrali, formulare dogmi, imporre regole, dimenticando che la dimora di Dio non è fatta di pietre, ma di carne viva. Che non c’è liturgia più gradita al cielo di due mani che si aiutano, di un pane condiviso, di un amore che sa farsi dono.
Come nell’Esodo, quando Dio camminava con il popolo in una tenda, oggi Gesù ci dice che quella tenda siamo noi. Ma quante volte, come allora, abbiamo imprigionato Dio dietro mura, escludendo chi non è conforme, chi non è gradito, chi “non sta nelle regole”. Abbiamo fatto del Vangelo uno strumento di giudizio, e delle chiese luoghi di separazione anziché di comunione. Gli esclusi dalle chiese patriarcali e tradizionaliste – omosessuali, divorziati risposati, poveri, teologi scomodi, donne che pensano e parlano di Dio – sono i lebbrosi, i pagani, i pubblicani di ieri, quelli che Gesù invece abbracciava e metteva al centro. Abbiamo costruito un Dio che chiede incenso e sacrifici, ma il Dio di Gesù vuole solo cuori che sappiano amare.
Gesù non ci ha lasciato una dottrina da ripetere a memoria, ma un modo di vivere. Ha lavato i piedi ai suoi discepoli, ha toccato i corpi, ha mangiato coi peccatori, ha ascoltato le donne, ha pianto con gli amici, ha lasciato che lo toccassero. L’amore di cui parla non è spiritualismo, è concretezza. È il gesto del samaritano che si ferma e cura, è Zaccheo che ridà il quadruplo, è la peccatrice che unge i piedi con le lacrime. Dire “Io amo Gesù” non basta. È un’illusione, se non si traduce in una vita simile alla sua. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”, dice Gesù. Non concede scappatoie verbali. La fede non è una questione di affermazioni, ma di esistenza trasformata. Non basta dire “Signore, Signore”. L’amore si vede, si tocca, si sente. E si impara.
Gesù lo sa: l’amore non è semplice, richiede memoria, costanza, esercizio. Per questo promette lo Spirito Santo, il Consolatore. Non un’entità magica, ma quella forza interiore che ci fa ricordare e mettere in pratica le sue parole, che ci consola quando cadiamo, che ci stimola a rialzarci, che ci educa a diventare adulti nell’amore. Perché amare non è un miracolo, è un cammino. Si impara. Come si impara a parlare, a camminare, a respirare. E si insegna, si trasmette, si custodisce. Gli adulti insegnano ai piccoli, e i piccoli crescono per diventare a loro volta capaci di amare. È questo il lavoro dello Spirito: far maturare in noi la capacità di amare come ha amato Gesù.
Alla fine del brano, Gesù lascia un messaggio di speranza: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”.
Che cos’è questa pace? Non è assenza di conflitto, non è equilibrio di potere. È frutto dell’amore tra uguali, della reciprocità che nasce quando nessuno è sopra o sotto, ma accanto. La pace di Gesù non tollera l’oppressione, non accetta la sottomissione, non si costruisce sulla diseguaglianza. Dove c’è potere che schiaccia, non c’è pace. Dove c’è abuso mascherato da carità, non c’è amore. Dove c’è privilegio religioso che esclude, non c’è Vangelo. C’è guerra nelle relazioni, tra sessi, tra classi sociali, tra adulti e bambini, tra esseri umani e natura. Ma c’è pace ogni volta che qualcuno sceglie di amare senza dominare, di servire senza umiliare, di vivere senza calpestare.
Il Dio che Gesù ci mostra non è un idolo da incensare, ma un Padre che vuole abitare i cuori e le relazioni. Non ha chiesto sacrifici, ma ha fatto della sua vita un dono. E la croce, prima di essere un simbolo di salvezza, è il segno dell’odio di chi non ha sopportato un amore così libero, così universale, così umano. Quel crocifisso che oggi tanti brandiscono per giudicare, era in realtà la condanna di chi osava amare senza confini. Se vogliamo seguire Gesù, non saliamo sugli altari. Scendiamo nelle strade, stiamo accanto agli ultimi, impariamo a vivere da uomini e donne capaci di amare, di custodire, di accompagnare. Dio verrà a noi, prenderà dimora in noi. Non in una chiesa di pietra, ma in un cuore che si lascia abitare.
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