MEMORIA DI GIOVANNI L'EVANGELISTA - ANNO A
Commento al Vangelo: Gv 20,2-8 - Fiducia, servizio e giustizia
«Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò»

Nella pericope odierna troviamo un momento di intensa drammaticità e di grande speranza: Maria Maddalena corre verso Pietro e Giovanni per annunciare che il corpo di Gesù non si trova più nel sepolcro. Il suo cuore è sospeso tra dolore e attesa, tra l’incomprensibile e la speranza, e sente l’urgenza di condividere ciò che ha visto. Maria rappresenta chi si confronta con la perdita e con il mistero, chi percepisce che qualcosa di fondamentale è cambiato, e sente il bisogno di portarlo agli altri. Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, corre anch’egli, ma arriva per primo e resta fuori fino a che Pietro non entra. Osserva attentamente, nota i segni — i teli, il sudario — e solo allora entra, vede e crede.

Questo atteggiamento ci aiuta a comprendere la figura di Giovanni: non è semplicemente veloce o emotivo, ma è contemplativo, attento alla realtà, capace di discernimento. La sua fede nasce dall’incontro con la realtà concreta, dal riconoscere i segni del Risorto, non da una risposta automatica o superficiale. Giovanni ci insegna che la fede cristiana autentica richiede uno sguardo attento, un cuore aperto e pronto a lasciarsi trasformare, perché credere significa vedere e riconoscere la verità che cambia la vita.

Oggi possiamo vedere Giovanni come modello per chi vive in un mondo frenetico, segnato da superficialità, distrazioni e indifferenza. La sua capacità di combinare urgenza, attenzione e riflessione ci invita a non reagire in modo superficiale alle ferite della società: povertà, solitudine, esclusione, discriminazione. La fede, come quella di Giovanni, non è fuga dalla realtà o semplice emozione, ma discernimento e responsabilità davanti al dolore e all’ingiustizia. Maria Maddalena ci mostra la chiamata alla testimonianza: non possiamo restare inerti davanti alle sofferenze del mondo. Giovanni ci insegna che non basta correre: occorre guardare attentamente, capire e riconoscere la presenza di Dio nelle pieghe della nostra umanità. La sua pazienza e il suo sguardo attento ci ricordano che la fede non è mai impulsiva: osservare, discernere, credere e agire richiede tempo, attenzione e dedizione.

La figura di Giovanni ci invita anche a riflettere sul ruolo della Chiesa oggi: una comunità chiamata a servire e a testimoniare, non a proteggere privilegi o potere. Come lui, dobbiamo entrare nelle situazioni di fragilità, di esclusione e di sofferenza, con occhi che vedono e mani che agiscono. Servire e accogliere i poveri, i discriminati e gli emarginati non è pietismo, ma partecipazione concreta alla missione di Cristo, che ha condiviso la nostra carne, la nostra vulnerabilità e la nostra fragilità. La carità cristiana è impegno, difesa della dignità di ogni persona e azione per la giustizia sociale.

Giovanni, inoltre, ci mostra l’importanza dell’amicizia con Cristo, che non è individualismo spirituale, ma relazione che spinge a un amore coerente e concreto. In un mondo che misura il valore delle persone in base alla produttività o all’utilità, il suo esempio ci ricorda che la vita cristiana si misura dalla qualità dell’amore verso i poveri, gli emarginati, chi è invisibile ai più. Non possiamo ignorare le ingiustizie sistemiche, le discriminazioni, la solitudine dei giovani o la mancanza di speranza: la fede autentica ci chiama a trasformare il dolore in azione concreta. Guardare Giovanni significa anche riconoscere la dimensione sociale della fede. La Chiesa oggi deve incarnare il Vangelo nella società, senza scendere a compromessi con indifferenza, egoismo o privilegio. Essere discepoli significa vivere in prima persona la cura, la giustizia, l’inclusione e la solidarietà. Significa non chiudersi nei palazzi ecclesiastici o nelle pratiche religiose rituali, ma correre verso chi è ferito, osservare attentamente e agire con responsabilità e amore.

Infine, il gesto di Giovanni che entra nel sepolcro e “vede e crede” ci ricorda che la fede pasquale è concreta: trasforma lo sguardo, cambia il cuore e genera opere di misericordia. La Chiesa deve testimoniare la risurrezione attraverso la prossimità e l’impegno sociale, agendo con coraggio, umiltà e radicalità evangelica. Giovanni non è solo un modello per i suoi contemporanei: è esempio di come oggi possiamo vivere la fede, unendo contemplazione e azione, verità e servizio, fede e giustizia sociale, per rendere visibile l’amore di Cristo risorto nel cuore del mondo.

Che l’esempio di Giovanni ci ispiri oggi a correre verso chi ha bisogno con urgenza e attenzione, a guardare con occhi di fede e a trasformare la nostra convinzione personale in testimonianza concreta. Possa la nostra vita di discepoli diventare servizio autentico, impegno per la giustizia e inclusione di chi è escluso. Che la Chiesa, insieme a ciascuno di noi, sia viva, presente, coraggiosa e radicalmente cristiana, portando speranza dove tutto sembra perduto.

++Stefano

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)


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