LUNEDI' DI PASQUA
Commento al Vangelo: Mt 28,8-15 - Pasqua annunciata dalle donne
Il mattino di Pasqua, nella pericope odierna, è un mattino attraversato da passi rapidi, da cuori agitati e da emozioni che si sovrappongono. Le donne escono dal sepolcro in fretta, portando dentro una tensione viva: paura e gioia insieme. È ancora una fede che sta per nascere, che respira affannosamente, che si apre strada dentro l’incertezza della vita di ogni giorno. Sono loro, le donne, a occupare la scena più importante degli evangeli. Non stanno ai margini, non osservano da lontano: fanno parte dell’evento in sé, lo attraversano con il proprio essere e sempre più dentro la storia di quel tempo che percorre i millenni fino ad oggi. I loro piedi corrono, le loro mani si aprono, le loro braccia abbracciano, i loro occhi si aprono al mondo e riconoscono la novità che può cambiare la società. In questo movimento si manifesta già una trasformazione: il passaggio dalla morte alla vita comincia a diventare anche quello delle donne. È una rinascita che prende forma in gesti concreti, in una direzione nuova. Ed è proprio mentre corrono che il Risorto si fa presente. Non nel luogo chiuso del sepolcro, ma nello spazio aperto del cammino. Gesù viene loro incontro, quasi a dire che la vita nuova non si trattiene, non si può possedere, ma si incontra nella quotidianità alla luce del sole. Il cambiamento di vita nasce da una relazione che irrompe e trasforma l'essere.
«Non temete», è un invito a non fermarsi, ma nello stesso tempo è l'invito più inquietante che si inserisce dentro il battito accelerato del cuore di quelle donne. Non cancella la paura, ma la attraversa fino in fondo dentro all'io di quegli esseri tormentati dalla morte del maestro. È una parola che percorre tutta la Scrittura, come un filo invisibile che accompagna l’essere umano giorno dopo giorno, come a dire che ogni giorno porta con sé una paura da attraversare e una fede da mettere in discussione. Le donne non diventano improvvisamente senza timore: diventano invece capaci di non farsi fermare dal timore. E subito, senza pausa, l'invito del maestro: «andate ad annunciare». Le prime parole della Risurrezione sono un mandato. E questo mandato è affidato in primis alle donne, a quelle che erano emarginate e discriminate da quella società. In quel contesto storico, questo invito è una scelta sorprendente e scandalosa. Eppure è così che il Vangelo prende forma: affidato a chi non aveva voce pubblica, consegnato a chi non era riconosciuto come un testimone autorevole. Qui si apre uno spazio di riflessione profondo. Le donne non sono solo destinatarie dell’annuncio, ma ne diventano soggetto attivo, origine viva. Sono le prime diacone nel senso più radicale del termine: servono la Parola, la custodiscono e la portano con sé, la rendono presente al mondo. La loro è una diaconia originaria, che nasce dall’incontro e si traduce immediatamente in missione. In questa luce, la questione del ruolo delle donne nella comunità gesuana non appare come un tema secondario o aggiunto, ma come qualcosa che affonda le sue radici nell’evento pasquale stesso. La dinamica che il testo mostra — vedere, incontrare, essere inviate — è la struttura di ogni ministero ordinato e non. Emerge, pertanto, la seguente questione fondamentale: qual è lo spazio che la comunità è chiamata a riconoscere oggi a questa voce, considerando che l'annuncio trae origine da tale esperienza affidata alle donne? Non si tratta semplicemente di rivendicazioni, ma di fedeltà alla scelta di Dio. Una fedeltà che deve essere ascolto vivo per essere coerenti con il messaggio evangelico. Il tema della diaconia e anche quello del presbiterato si collocano dentro questo orizzonte. E non mi riferisco a una conquista di ruoli, ma a una riflessione su come lo Spirito continua a distribuire i suoi doni per il servizio al prossimo. Chi siamo noi esseri umani per ostacolare una vocazione al servizio autentico?
Intanto, il racconto prosegue mostrando l’altra possibilità: mentre le donne annunciano, altri costruiscono una narrazione alternativa, difensiva, chiusa. È il contrasto tra chi accoglie la vita nuova e chi la teme al punto da negarla. La risurrezione non elimina la libertà dell’essere umano, ma la espone fino a ribaltare le dinamiche sociali e interiori di ognuno di noi. E così il testo si apre sul nostro presente. Anche oggi annunciare significa correre, uscire, esporsi. Non significa portare dentro la società un discorso religioso e istituzionale, ma una qualità diversa di vita: relazioni che non si fondano sul potere, ma sul servizio, parole che non manipolano nessun*, ma liberano dalle catene della schiavitù che l'uomo stesso impone a séstesso, scelte che non cercano il proprio interesse, ma generano continuamente comunione e condivisione.
Servire, allora, è il cuore di una vita nuova, l'inizio del regno di cui lo stesso Gesù annunciò in vita. È il modo concreto in cui la risurrezione prende corpo nella storia e in essa si interseca fino a intrecciarsi alle sue radici più profonde. E le donne del mattino di Pasqua non restano lì, all’origine, solo come memoria viva di una Chiesa che nasce correndo, annunciando, ma il loro mandato deve essere un monito che ci scuote la notte e il giorno e ci porta a battere quei pugni sul tavolo di fronte alle discriminazioni e a prendere decisioni radicali e sovversive, senza lasciarsi bloccare dalla paura del potere istituzionalizzato, portando nel mondo — con mani tremanti ma aperte — il segno di una vita che ogni giorno ricomincia donando speranza.
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