XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al Vangelo: Lc 12,49-57 - Giudicate da voi stessi
«Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e quanto vorrei che fosse già acceso!»

Gesù parla con parole che scuotono, che non lasciano tranquilli: «Sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e quanto vorrei che fosse già acceso!». È un linguaggio forte, quasi violento, lontano dall’immagine dolce e rassicurante di un Gesù “mite e buono” che spesso ci piace conservare. Qui il Signore si mostra appassionato, teso, bruciante di desiderio. Quel fuoco non è distruzione, ma passione. È il fuoco dello Spirito, dell’amore di Dio che trasforma, purifica e rinnova la terra. Ma come ogni fuoco vero, questo amore non lascia le cose come sono: brucia l’egoismo, smaschera l’ipocrisia, mette in luce la verità nascosta dietro le maschere.

Gesù non è venuto a portare una pace apparente, quella che nasce dal tacere per quieto vivere, dal chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia. È venuto a portare una pace vera, ma questa pace passa attraverso la crisi, il discernimento, la divisione. Non perché Gesù ami la divisione, ma perché ogni scelta di verità, inevitabilmente, separa. Decidere significa “tagliare”, e chi sceglie il Vangelo sceglie una via che non tutti accettano. È accaduto anche a Gesù stesso: i suoi familiari non lo capivano, la sua gente lo respingeva. Ma egli non si è fermato, ha continuato a camminare, a parlare, a guarire, a chiamare.

«Vi è un battesimo del quale devo essere battezzato – dice – e come sono angosciato finché non sia compiuto!». È la consapevolezza della croce, il “battesimo” del dolore e del dono totale di sé. Gesù sente che la sua missione non potrà compiersi senza passare per la sofferenza, ma accetta questa angoscia come parte della sua fedeltà all’amore del Padre. Non c’è fuoco che non passi per la legna che brucia: così l’amore non diventa luce per gli altri se prima non arde nel sacrificio di chi ama.

Poi Gesù si rivolge alle folle e diventa tagliente: «Sapete riconoscere i segni del cielo e della terra, e non sapete riconoscere questo tempo? Ipocriti!». È una denuncia che suona ancora oggi terribilmente attuale. Sappiamo prevedere il tempo, calcolare, analizzare, programmare tutto. Abbiamo strumenti potentissimi per leggere la realtà, ma spesso non abbiamo occhi per capire il senso di ciò che viviamo. Guardiamo il mondo con intelligenza, ma non con il cuore. Gesù ci invita a “giudicare da noi stessi ciò che è giusto”: a non delegare sempre agli altri le scelte, a non aspettare che qualcuno ci dica cosa fare, ma a formare una coscienza personale capace di discernimento.

Giudicare da sé non significa mettersi al posto di Dio, ma imparare a pensare alla luce di Dio. Significa non lasciarsi trascinare dalla massa, dal pensiero dominante, dalle paure collettive. Significa chiedersi ogni giorno: che cosa è giusto fare ora, qui, nella mia vita, nel mio lavoro, nelle relazioni, di fronte alle ingiustizie del mondo? Il Vangelo non ci dà risposte prefabbricate, ma ci chiede di assumere responsabilità. E questa è la parte più difficile della fede: non credere solo con le labbra, ma con le scelte.

Le parole di Gesù si allungano come un’eco nel nostro tempo. Anche oggi viviamo in una società che preferisce non giudicare, non schierarsi, non “tagliare via” nulla per non perdere consenso o comodità. Siamo iperconnessi, informati, ma spesso incapaci di prendere posizione. La storia recente è piena di momenti in cui l’umanità non ha voluto giudicare se stessa: le guerre, le dittature, le violenze, i genocidi. Ogni volta che la coscienza si addormenta, il male avanza indisturbato. Gesù ci invita a svegliarci, a non essere spettatori.

«Giudicate da voi stessi ciò che è giusto». È un appello che suona come un risveglio morale. Giudicare da sé significa ricordare, non dimenticare ciò che è accaduto. La memoria è parte della conversione. Quando smettiamo di ricordare, ripetiamo gli stessi errori. I profeti dell’Antico Testamento lo avevano già gridato: il giudizio di Dio non è vendetta, ma richiamo alla responsabilità. Gesù è il profeta definitivo che chiede di leggere i “segni dei tempi”, cioè di guardare la realtà con occhi spirituali.

Oggi quei segni sono sotto i nostri occhi: guerre che ritornano, disuguaglianze che crescono, povertà che si allargano, e un pianeta che soffre. Saper leggere il tempo significa riconoscere in tutto questo una chiamata urgente alla conversione. Non possiamo limitarci a dire “così va il mondo”. Il Vangelo ci chiede di metterci in gioco. La fede non è rifugio, è fuoco che accende il mondo.

Forse Gesù, se camminasse oggi tra noi, non cambierebbe tono. Direbbe ancora: “Ipocriti, sapete leggere i segnali del mercato e delle borse, ma non sapete riconoscere la fame, la guerra, la solitudine accanto a voi”. Forse ci chiederebbe: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?”, cioè perché non scegliete finalmente di vivere da figli di Dio, da fratelli e sorelle.

Il fuoco che Gesù è venuto ad accendere non è quello della violenza, ma quello della coscienza. È il fuoco che brucia l’indifferenza, che illumina le scelte, che riscalda le relazioni. È un fuoco che spaventa, perché purifica, ma solo chi si lascia scaldare da questo fuoco può davvero conoscere la pace. Non la pace dei compromessi, ma quella che nasce dalla verità e dalla giustizia.

E allora il Vangelo di oggi ci chiede di prendere posizione. Di smettere di rimandare, di uscire dal torpore. Di accendere, dentro di noi, quel fuoco che può cambiare la vita e il mondo. Gesù non vuole spettatori, ma testimoni. Non cerca persone perfette, ma cuori vivi, disposti a lasciarsi incendiare dal suo amore. E quando quel fuoco brucia davvero, anche se divide, anche se fa male, illumina e riscalda la terra.

 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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