II DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Commento al Vangelo: Mt 17,1-9 - Sul monte senza tende
«Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

Il racconto della Trasfigurazione in Mt 17,1-9 è tra i testi più suggestivi e al tempo stesso più fraintesi della tradizione cristiana. Spesso viene presentato come una scena luminosa, quasi sospesa fuori dal tempo, destinata a rafforzare la fede dei discepoli e a offrire un’anticipazione della gloria futura. Tuttavia, se lo si legge con attenzione esegetica e con libertà teologica, il testo non si lascia ridurre a una semplice esperienza consolatoria o a una conferma dell’ordine religioso. Al contrario, esso introduce una tensione profonda, quasi destabilizzante, che mette in discussione proprio quei meccanismi religiosi che le letture tradizionaliste - patriarcali ha spesso cercato di consolidare.

Gesù prende con sé solo tre discepoli e li conduce su un “alto monte”. Non siamo davanti a un evento pubblico, né a una manifestazione istituzionale. Il monte, nella tradizione biblica, è luogo di rivelazione, ma anche di crisi e trasformazione. Non è uno spazio stabile, bensì un luogo di passaggio. E infatti ciò che accade lì non è destinato a essere fissato per sempre. La trasfigurazione di Gesù — il suo volto che risplende, le vesti luminose — non è una semplice manifestazione estetica della divinità, ma una rivelazione della sua identità profonda che rompe le categorie ordinarie della percezione. È un evento che eccede ogni tentativo umano di comprensione e, soprattutto, di controllo. La presenza di Mosè ed Elia introduce un altro elemento centrale. Essi rappresentano la Legge e i Profeti, cioè l’intera tradizione religiosa di Israele. Nella lettura tradizionale, questa scena viene interpretata come una conferma della continuità tra Antico e Nuovo Testamento. Tuttavia, il momento decisivo non è la loro presenza, ma la loro scomparsa. Quando la nube si dissolve, resta solo Gesù. Questo dettaglio, spesso sottovalutato, ha una portata teologica enorme: la rivelazione non si fonda più su un sistema di mediazioni multiple, ma si concentra interamente nella persona di Cristo. Non c’è più un equilibrio tra autorità diverse e infatti si evidenzia una centralità radicale che relativizza tutto il resto. È proprio a questo punto che emerge la reazione di Pietro, che è profondamente umana e, proprio per questo, teologicamente rivelatrice. Pietro propone di costruire tre tende. È un gesto che può sembrare devoto, ma in realtà rivela una dinamica tipica della religione: il desiderio di trattenere l’esperienza, di darle una forma stabile, di trasformarla in struttura. Costruire tende significa istituzionalizzare l’evento, renderlo ripetibile, controllabile, in qualche modo posseduto. È la tentazione di ogni sistema religioso: trasformare l’incontro con il divino in un luogo, in un rito, in un’organizzazione.

Ma la voce che proviene dalla nube interrompe Pietro. Non accoglie la sua proposta, non la corregge, semplicemente la supera. “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”. Non invita a costruire, né a organizzare, né a stabilire un culto. Invita ad ascoltare. E l’ascolto, nella prospettiva biblica, è relazione viva, non istituzione. È apertura, non possesso. In questo senso, il testo introduce una tensione con ogni forma di mediazione ecclesiastica che si ponga come necessaria o assoluta. La relazione con Cristo appare immediata, non filtrata da strutture che pretendano di contenerla.

Dopo la visione, i discepoli cadono a terra, presi da timore. È una reazione tipica di fronte al sacro, ma Gesù li tocca e li invita ad alzarsi. Anche questo gesto è significativo: non c’è volontà di mantenere i discepoli in uno stato di soggezione religiosa. La rivelazione non mira a schiacciare, ma a rimettere in piedi, a ridare dignità e spinta propulsiva (Spirito) per continuare l'opera salvifica. E subito dopo, tutto finisce. La luce scompare, Mosè ed Elia non ci sono più, e resta solo Gesù nella sua normalità. Questo ritorno alla quotidianità è parte integrante del messaggio. La rivelazione non crea uno spazio separato dal mondo, ma riporta nel mondo con uno sguardo trasformato.

La discesa dal monte è forse il momento più importante, anche se meno spettacolare. Gesù non permette ai discepoli di fermarsi, né di raccontare subito ciò che hanno visto. Li conduce verso Gerusalemme, cioè verso il luogo del conflitto, della sofferenza e della morte. Qui emerge con forza il legame tra Trasfigurazione e Croce. La gloria non è alternativa alla sofferenza, ma ne è inseparabile. Ogni lettura che trasformi questo episodio in una celebrazione della luce senza attraversare l’ombra rischia di tradirne il significato più profondo.

Da un punto di vista pastorale, questo testo mette in discussione una religiosità centrata sulla sicurezza, sulla stabilità e sulla ripetizione. La tentazione di “fare tende” si traduce oggi nella costruzione di sistemi religiosi chiusi, sulle gerarchie ecclesiastice di potere, che offrono identità e protezione ma rischiano di soffocare la dimensione dinamica della fede. La Trasfigurazione, invece, invita a non fermarsi, a non assolutizzare nessuna forma, a rimanere in ascolto di una Parola che continua a muoverci e a trasformarci. 

Anche sul piano sociale, il testo ha implicazioni forti. La gloria che si manifesta sul monte non si traduce in potere, né in dominio. Gesù non utilizza questa rivelazione per legittimare un’autorità politica o religiosa. Al contrario, sceglie la via della discesa, dell’esposizione al rifiuto, della solidarietà con la fragilità umana. In questo senso, la Trasfigurazione può essere letta come una critica implicita a ogni uso della religione come strumento di potere. La vera rivelazione non costruisce gerarchie, ma le mette in crisi.

L'invito di oggi è quindi lasciarsi trasformare da un incontro che non può essere posseduto né istituzionalizzato. La voce che risuona sul monte non fonda un sistema, ma indica una relazione: “ascoltatelo”. E questo ascolto, se preso sul serio, conduce inevitabilmente fuori dalle tende, fuori dalle sicurezze, dentro la complessità della storia e dell'umanità.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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