Il messaggio di Pasqua del nostro Arcivescovo Stefano
Christòs anesti. Alithòs anésti
Carissimi fratelli e sorelle, nella luce ancora fragile dell’alba pasquale, quando il silenzio della notte non è del tutto svanito e il cuore dell’uomo porta ancora il peso delle sue domande, risuona l'annuncio di gioia: Cristo è risorto. Non è una formula consegnata alla tradizione, ma un evento che continua ad attraversare la storia e a toccare la nostra vita concreta, lì dove spesso sperimentiamo fatica, smarrimento e persino scoraggiamento. I racconti evangelici della Risurrezione ci portano in un clima che non ha nulla di trionfale o di scontato. Le donne si recano al sepolcro con il cuore appesantito dal lutto, portando aromi per un corpo che credono ormai consegnato alla morte. I discepoli sono dispersi, delusi, chiusi nella paura. Persino quando il sepolcro viene trovato vuoto, la prima reazione non è la fede, ma lo smarrimento. È in questo contesto profondamente umano che Dio compie il suo gesto decisivo ridonando vita a ognuno di noi. La Risurrezione non si impone come evidenza, ma si offre come incontro; non cancella la storia precedente, ma la trasfigura dall’interno. Il Cristo risorto si manifesta portando ancora i segni della passione: le ferite non sono scomparse, ma diventano luogo di riconoscimento e di fede. Questo ci rivela un tratto decisivo del mistero pasquale: nulla di ciò che è stato vissuto nell’amore va perduto, nulla del dolore attraversato con fiducia viene annullato. Tutto può essere assunto e trasformato. La Pasqua non riguarda soltanto il destino di Gesù, ma il senso stesso della nostra esistenza. Essa ci chiama a uscire dai nostri sepolcri interiori, da quelle chiusure che spesso ci impediscono di vivere pienamente: la rassegnazione che spegne il desiderio, la paura che paralizza le scelte, l’indifferenza che ci rende estranei gli uni agli altri. Come i discepoli di Emmaus, anche noi siamo invitati a lasciarci raggiungere lungo il cammino, a rileggere la nostra storia alla luce della Parola, a riconoscere una presenza che cammina accanto a noi anche quando i nostri occhi sono incapaci di vederla. La comunità cristiana nasce proprio da questo riconoscimento: non da una forza organizzativa o da una perfezione morale, ma dall’esperienza di essere stati raggiunti e trasformati dalla Parola che ridona vita. La Chiesa è, e deve sempre più diventare, il luogo in cui la vita risorta si rende visibile nei gesti concreti dell’accoglienza, del perdono, della condivisione. In un mondo che spesso conosce la logica dello scarto, la Pasqua ci consegna una logica diversa: quella della misericordia che ricostruisce i legami, della pazienza che è capace di aspettare, della fedeltà e fiducia in Dio. E questa luce pasquale non può rimanere chiusa nello spazio interiore di ognuno di noi, essa deve trasformare l'io del nostro buio più profondo per essere poi luce al prossimo nella nostra società. Annunciare che Cristo è risorto significa affermare che la morte dell'anima non ha l’ultima parola su nulla: non sulle vite segnate dall’ingiustizia, non sulle relazioni ferite, non sulle situazioni in cui prevale la violenza o la disperazione. La Risurrezione è la grande promessa che Dio continua a operare nella storia, anche quando tutto sembra smentirlo. Una promessa che si fa concreta quando si accoglie la Parola e la si mette in pratica per costruire il Regno di Dio, fatto di amore, uguaglianza e libertà. Per questo, in un tempo come il nostro, segnato da tensioni, conflitti, disuguaglianze e solitudini profonde, siamo chiamati a diventare segni viventi di questa speranza per donare con la parola la dignità di essere figli e figlie di quel Dio che si manifesta ogni giorno nella debolezza umana. Ogni gesto di cura verso chi è fragile, ogni scelta di giustizia anche quando costa, ogni parola di verità pronunciata per donare vita, ogni impegno per la pace è già partecipazione alla Pasqua. Non si tratta di compiere azioni straordinarie, ma di lasciarsi trasformare nel quotidiano, affinché la vita nuova del Risorto prenda forma nelle pieghe della nostra esistenza. Carissim*, la pietra del sepolcro è stata rotolata via per ciascuno di noi. Tocca a noi uscire dal nostro egocentrismo per rinascere a nuova vita. Tuttavia, essa può rimanere simbolicamente davanti al nostro cuore se non accogliamo la novità di Dio, se restiamo ancorati alle nostre paure o alle nostre abitudini. La Pasqua ci invita a credere che è possibile ricominciare, che è possibile vivere diversamente, che è possibile sperare anche quando tutto sembra dire il contrario. Lasciamoci dunque raggiungere dalla luce del mattino di Pasqua. Non temiamo di aprire gli spazi più nascosti della nostra vita a questa luce. Accogliamo il dono della pace che il Risorto offre ai suoi discepoli e alle sue discepole, permettiamo che essa si diffonda, attraverso di noi, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo. Cristo è risorto, ed è presente. Cammina con noi, ci precede e ci attende. In Lui, ogni notte della nostra vita può conoscere un’alba nuova.
++Stefano, arcivescovo primate
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