DOMENICA DI PASQUA «RISURREZIONE DEL SIGNORE» - MESSA DEL GIORNO
Commento al Vangelo: Gv 20,1-9 - Risorgere nel quotidiano

"Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio..."

Nel silenzio dell’alba, quando tutto è ancora avvolto nell’ombra, si muove una donna. Maria di Magdala va al sepolcro, non con la speranza di trovare il maestro vivo, ma solo per prendersi cura del suo corpo. Quel corpo che aveva seguito, amato, e che ora credeva perduto per sempre. È in questo gesto semplice, profondamente umano, che comincia l’annuncio della risurrezione. Ma non è un annuncio che esplode immediatamente in gioia. Il sepolcro è vuoto, e davanti a questo vuoto Maria si smarrisce. Pensa al furto, teme il peggio. E anche gli altri discepoli, accorsi in fretta, restano confusi: “Non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.

La risurrezione, nel racconto evangelico, non irrompe come un colpo di scena, ma si fa strada lentamente, faticosamente. È un cammino. Un processo. E in fondo anche la nostra fede segue la stessa logica: non nasce da una prova schiacciante, ma da un’intuizione interiore, da una fiducia coltivata, da segni letti con il cuore.

Il Vangelo di Giovanni ci mostra come i discepoli abbiano dovuto attraversare la paura, il dubbio, la delusione. Il sepolcro vuoto, da solo, non è bastato. Ci vorranno gli incontri con il Risorto, i gesti quotidiani come lo spezzare il pane, per riconoscere che Gesù non era finito con la croce, ma che viveva ancora – in un modo nuovo, trasformato. La Pasqua, per i cristiani, è questo passaggio: dalla morte alla vita, dalla disperazione alla speranza. Ma è un passaggio che non avviene in un istante. È un cammino che assomiglia molto al nostro: fatto di domande, di attese, di lacrime e intuizioni improvvise.

Per comprenderla meglio, è utile tornare alle radici: la Pasqua cristiana nasce dalla Pesach ebraica. È la festa più importante per Israele, il memoriale della liberazione dall’Egitto, del cammino nel deserto, dell’Alleanza con Dio. È la festa della primavera, del rinnovarsi della vita. Una celebrazione che è insieme ricordo, gratitudine, e promessa.

Durante il seder pasquale, il rituale della cena, ogni elemento ha un significato simbolico profondo: le erbe amare ricordano l’amarezza della schiavitù, il pane azzimo parla dell’urgenza della partenza, le coppe di vino celebrano la liberazione e la fedeltà di Dio. Per ogni ebreo, Pesach è anche un invito personale a cominciare ogni giorno un cammino di liberazione. Gesù ha celebrato questa cena con i suoi discepoli, sapendo che sarebbe stata l’ultima. E proprio in quell’ultima Pasqua ha voluto lasciare un segno forte, un gesto che contenesse una promessa: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. Ha trasformato il seder in un atto di donazione totale.

Dopo la cena, Gesù si avvia verso la croce. Entra fino in fondo nella sofferenza umana. Muore. Ma non è una fine. Come scrive Andrés Torres Queiruga nel suo libro "La resurrezione senza miracolo", la morte e la risurrezione coincidono: Gesù non è tornato semplicemente in vita, ma ha raggiunto la pienezza della vita in Dio. 

La tomba vuota, in questo senso, è simbolo di una realtà più grande. Non importa se fosse davvero fisicamente vuota, perché la resurrezione non è un evento empirico. È un mistero trascendente, che non si può fotografare né spiegare scientificamente. È la proclamazione che Gesù, nella sua morte, non è stato inghiottito dal nulla, ma è stato accolto e trasfigurato in Dio. Il teologo Hans Küng parla di “morire all’interno di Dio”. Un’immagine potente: tutta la nostra vita è immersa in Dio, e nella morte non viene distrutta, ma completata. In questo senso, la risurrezione non è solo qualcosa che riguarda Gesù, ma parla anche di noi, del nostro destino, del nostro senso ultimo.

I racconti evangelici mostrano chiaramente che la fede nella risurrezione non nasce da una prova evidente, ma da un amore profondo. Sono le donne, per prime, ad andare al sepolcro. Sono loro che, forse perché meno legate a costruzioni teologiche e più in contatto con i sentimenti, intuiscono prima che Gesù è ancora vivo, anche se in modo nuovo. L’angelo del Signore che parla a Maria Maddalena è una metafora: non c’è bisogno di un’apparizione spettacolare, ma di uno sguardo capace di riconoscere. La fede, infatti, non è vedere con gli occhi, ma con il cuore. Non si dimostra: si accoglie, si sperimenta, si vive. Per questo la risurrezione è speranza per tutti. Non è solo la vittoria di uno, ma la possibilità offerta a ciascuno di noi di vivere in pienezza. Di credere che il bene non è vano, che l’amore non è sprecato, che ogni gesto autentico resta per sempre in Dio.

Leonardo Boff lo dice così: “La resurrezione è un processo di vita nuova nel quadro della vecchia. Tutto ciò che fa crescere la vita nella sua autenticità umana sta alimentando i semi di resurrezione depositati nel nostro corpo mortale. Quello che rende la vita autenticamente umana è la ricerca dell’amore disinteressato, l’impegno per la giustizia di tutti, soprattutto degli oppressi, lo sforzo di creazione di strutture di convivenza fraterna, la capacità di perdonare e di sperare contro ogni speranza.”

Nelle prime comunità cristiane, la presenza del Risorto era concreta: lo sentivano vicino, presente quando si riunivano, quando spezzavano il pane. E ancora oggi, Gesù è presente in ogni nostra Eucaristia, in ogni gesto d’amore, in ogni cammino di giustizia.

Come gli ebrei ricordano ogni anno l’Esodo, anche noi cristiani celebriamo la Pasqua per ricordare e rinnovare il nostro impegno a “passare” ogni giorno dalla schiavitù alla libertà, dalla paura alla fiducia, dall’egoismo alla fraternità. Pasqua vuol dire impegnarsi, concretamente, per il Regno di Dio qui sulla terra. Vuol dire risorgere ogni giorno con scelte reali: accogliere chi viene da lontano, difendere la dignità delle donne e dei più fragili, garantire a tutti un lavoro giusto, custodire il creato, combattere lo spreco e promuovere la condivisione e la pace.

La tomba vuota è solo l’inizio. Il resto del cammino lo facciamo noi, ogni giorno, quando scegliamo di credere, di amare, di costruire speranza.
La resurrezione non è un ricordo del passato. È una chiamata presente, viva, quotidiana.

Cristo è risorto. Ma anche tu, anche noi, possiamo risorgere. Oggi. Ora. In ogni gesto di bene che semina vita nuova nel mondo.

 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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