DOMENICA IN ALBIS - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 20,19-31 - Pace a voi!
Cala la sera su Gerusalemme. Le strade si svuotano, l’oscurità avanza. In una casa, chiusi per paura, i discepoli si stringono gli uni agli altri. Parlano sottovoce, si raccontano, si interrogano: le parole delle donne che hanno visto il Maestro vivo, il sepolcro trovato vuoto, la corsa trafelata di Pietro e Giovanni... Ma come credere a una speranza tanto grande da sfidare la morte?
È in questo clima teso, fragile, che Gesù si presenta. Non forza la porta, non irrompe con potenza: sta in mezzo a loro. È lì, semplicemente, in mezzo alla loro paura, ai loro dubbi, alla loro povertà di cuore. E il primo dono che fa non è un miracolo, non è una prova inconfutabile: è una parola che scende come balsamo sulle ferite: «Pace a voi».
Non un semplice saluto formale. Non una pacca sulla spalla per consolare. Ma il dono più grande: quella pace vera, quella pienezza di vita, che solo chi ha vinto la morte può offrire. È la pace promessa nel discorso d’addio: «Vi do la mia pace, non come la dà il mondo». Una pace che non elimina la fatica, non cancella le ferite, ma che le abita, le trasfigura, le rende porta aperta su Dio.
Poi Gesù compie un gesto antico e nuovo allo stesso tempo: soffia su di loro. Quel soffio che all’alba dei tempi aveva plasmato l’uomo dalla polvere, ora ridà vita a discepoli spezzati. È lo Spirito di Dio che li investe, che li rimette in piedi, che li trasforma in testimoni. Non per esercitare un potere sugli altri, ma per essere portatori di perdono, artigiani di riconciliazione, seminatori di speranza.
Ed è qui che il Vangelo ci colpisce nel profondo. Perché quel soffio, quella pace, quella missione, non sono un privilegio riservato a pochi. Sono il DNA di ogni credente. Noi siamo chiamati a essere uomini e donne che perdonano, che ricuciono, che rialzano, che non si stancano di credere nella risurrezione, anche quando tutto sembra gridare il contrario.
Ma non è facile. Ce lo ricorda Tommaso, il grande assente della prima apparizione. Tommaso, che ha bisogno di vedere, di toccare, di capire. Tommaso, che ha il coraggio di non fingere, di portare davanti a Dio la sua fatica di credere. È facile giudicarlo, ma se siamo onesti, quanti di noi si ritrovano nelle sue parole? Quante volte il dolore, la delusione, la paura ci hanno fatto gridare anche noi: "Se non vedo, non credo"?
Eppure Gesù non si scandalizza. Non si arrabbia. Ritorna, per lui. Ritorna per Tommaso. Come ritorna per ciascuno di noi, ogni volta che fatichiamo, ogni volta che ci chiudiamo. E si lascia toccare, si lascia incontrare, perché sa che la fede non è un comando, ma un incontro. Un incontro che si rinnova ogni volta che un cuore si apre.
Tommaso, davanti a Gesù, non ha più bisogno di prove. Non tocca, non misura, non calcola. Si arrende. E in quella resa nasce la professione di fede più intensa di tutto il Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!»
Non è una fede perfetta, non è una fede senza crepe. È una fede vera, che nasce dallo stupore, dall'amore, dalla grazia di sentirsi raggiunti da un Dio che non si stanca di cercarci.
"Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!" dice Gesù. È una beatitudine che ci riguarda. È il nostro nome scritto dentro la Pasqua. È la promessa che la nostra fatica di credere, il nostro camminare spesso nel buio, non sono inutili. Che ogni gesto di fiducia, ogni piccolo sì detto a Dio nella fragilità della vita, è prezioso.
Oggi, come allora, la Pasqua non si conclude. Oggi comincia il tempo della testimonianza. Oggi siamo noi ad essere inviati, sospinti dal soffio di Dio, chiamati a portare nel mondo quella pace che non è illusione, ma forza, quella fede che non è certezza matematica, ma fiducia radicale in un Amore che non tradisce mai.
Che il Signore Risorto entri nelle nostre paure, nelle nostre chiusure, nei nostri dubbi. Che ci doni la sua pace. E che ci renda capaci di portare a nostra volta, ogni giorno, segni di risurrezione nel mondo.
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)