III DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 21,1-25 - L'amore che serve
“Mi ami tu?”
Il capitolo 21 del Vangelo di Giovanni è un testo che, da molti critici e teologi, è visto come una sorta di appendice conclusiva al racconto evangelico. Tuttavia, questa “appendice” ha un peso e una forza straordinaria, tanto da poter essere considerata un vero e proprio manifesto della vocazione e della vita cristiana. In esso, Gesù appare nuovamente ai discepoli, non come un’astrazione teologica o un’icona lontana, ma come un Pastore concreto, un amico presente nella vita quotidiana, un maestro che chiama ancora a seguirlo, non senza fatica e rischio. Questo testo non parla soltanto di una storia lontana, ma ci interpella profondamente oggi, nella nostra realtà ecclesiale e sociale, perché ci invita a riflettere su cosa significhi essere discepoli, su cosa voglia dire “servire”, su come si costruisca una comunità cristiana autentica, fatta di uomini e donne che si amano, si sostengono e si rinnovano nel segno della fedeltà a Cristo.
La scena si apre sulle rive del lago di Tiberiade, un luogo non casuale: è un ambiente di lavoro, di vita semplice, di fatica. Qui, infatti, i sette discepoli (numero che indica pienezza e totalità nel simbolismo biblico) sono raccolti. I sette – Giovanni, Pietro, Andrea, Tommaso, Filippo, Natanaele e due figli di Zebedeo – rappresentano l’intera comunità dei credenti, chiamata a rimanere unita anche nel disorientamento. Ma questa scena non è idilliaca: la pesca è stata infruttuosa. I discepoli hanno gettato le reti tutta la notte, senza alcun risultato. Questa immagine di fatica vana, di sforzo inutile, è un quadro doloroso che parla a tutte le comunità e a ogni singolo credente: quante volte ci siamo trovati a lavorare, pregare, annunciare senza vedere frutto? Quante volte il nostro impegno nella Chiesa, nella famiglia, nella società sembra vano o tradito dal silenzio, dall’indifferenza, dalla stanchezza?
Ecco che questa “crisi” della comunità, rappresentata dal fallimento della pesca, diventa il punto di partenza di un’esperienza nuova. Non è un caso che proprio in questa situazione di scoraggiamento Gesù si presenti, ma con modalità che richiedono discernimento. I discepoli non lo riconoscono immediatamente. Questo dettaglio ci parla molto chiaramente: la presenza di Cristo nella nostra vita non è sempre riconoscibile, specialmente quando siamo schiacciati dalla fatica, dalla delusione, dal dubbio. Egli si manifesta, ma il cuore spesso è offuscato, gli occhi non riescono a vederlo. Il gesto di Gesù, che invita a gettare le reti dall’altra parte della barca, rappresenta un invito a cambiare atteggiamento: a uscire dai nostri schemi, dai nostri limiti e delusioni. È un invito a sperimentare una nuova fiducia, a non arrendersi, a rimettersi in cammino con coraggio. La fiducia in Gesù, anche quando non si vede, è il primo passo verso la riscoperta di una fede viva.
La pesca abbondante non è solo un miracolo prodigioso: è un simbolo potente della vita comunitaria. Quando si segue l’invito di Cristo, quando si cambia prospettiva e si ritorna a lui con fiducia, l’esito non è solo la pesca, ma la possibilità di nutrire e condividere. Il gesto di Gesù che cucina il pesce e spezza il pane è un invito a riscoprire il significato profondo della comunione cristiana: il corpo della comunità non è un’astrazione, ma una realtà concreta, fatta di pane spezzato, di gesti di servizio, di cura reciproca. Il pane spezzato e il pesce cucinato sono anche segni e anticipazioni della Parola che si dona, si spezza, per dare libertà, certezza e speranza a tutti. Con quel "Fate questo in memoria di me" noi continuiamo a dare testimonianza che la vita cristiana è fatta di azioni concrete, di dedizione reale verso gli altri. Il discepolato è servizio ed è cura di chi è debole e oppresso. Questo pasto condiviso è quindi modello per ogni comunità: la vera forza della Chiesa sta nel riconoscersi come famiglia, nel prendersi cura gli uni degli altri, nel vivere una fraternità e sororità che si manifesta nelle piccole cose quotidiane, nei gesti di attenzione e compassione.
Il cuore del capitolo è il dialogo tra Gesù e Pietro. Pietro, che aveva rinnegato Gesù, è richiamato a una nuova vocazione, ad assumersi la responsabilità della guida della comunità. Tre volte Gesù gli chiede «Mi ami tu?», una domanda che oltrepassa la semplice affermazione emotiva o sentimentale. Il verbo usato da Gesù è agapao, un amore incondizionato, totale, radicale, mentre Pietro risponde con phileo, un amore più umano, più umano ma limitato, imperfetto. Questo scarto linguistico è significativo: Gesù chiede un amore totale, ma accoglie la risposta imperfetta di Pietro, indicandogli però una strada concreta da percorrere. Amare significa prendersi cura, significa «pascolare le pecore» – cioè prendersi cura della comunità, accompagnarla, sostenerla, proteggerla. Non si tratta di un potere da esercitare ma di un servizio da vivere nella totale umiltà. L’autorità nella Chiesa non è comando o dominio, ma dedizione. L’autentico pastore è colui che si dona per il bene degli altri, senza ambizioni personali, senza voler primeggiare, ma con il solo scopo di essere fedele a Cristo e ai fratelli. Questo insegnamento è una critica forte a ogni forma di protagonismo e di lotta per il potere che talvolta si osservano nelle realtà ecclesiali. È una chiamata a ritornare al cuore del Vangelo, alla vocazione semplice e radicale del servizio e dell’amore concreto.
Gesù, poi, profetizza la sorte di Pietro, preannunciando la sua futura passione, la sua croce personale. Questo annuncio ha una forza enorme: la testimonianza di fede non è una via facile, ma è un cammino che passa attraverso la sofferenza, il sacrificio, l’obbedienza a Dio anche quando è dolorosa. Per ogni comunità cristiana, questa profezia è una chiamata a prepararsi a vivere la fede con coraggio, senza cercare scorciatoie o compromessi. La fedeltà a Cristo può richiedere rinunce, difficoltà, prove. Ma è proprio nel portare la croce che si realizza la testimonianza più autentica e più forte. Questo invito risuona anche oggi, quando molte comunità si trovano a dover affrontare sfide, incomprensioni e persecuzioni di vario tipo. Il messaggio è chiaro: la vera forza della Chiesa non è nel potere o nella grandezza umana, ma nella fedeltà perseverante, nell’amore che si dona fino all’estremo.
Il messaggio che il Vangelo di oggi ci consegna è un appello urgente e attualissimo a rimettere al centro della vita cristiana il servizio umile, la responsabilità di cura e l’autentica comunione. Ogni cristiano, senza distinzioni, è chiamato a essere pastore, cioè a prendersi cura degli altri con amore e dedizione. Nel contesto contemporaneo, spesso la Chiesa di Dio è frammentata e molte realtà ecclesiali patriarcali sono attraversate da tensioni, lotte di potere, protagonismi che allontanano dalla vocazione originaria. Questo testo ci ricorda che la vera autorità cristiana nasce dal servizio, non dal dominio. La comunità cresce e si rafforza non con la competizione, ma con l’amore che sa ascoltare, che sa accompagnare, che si fa carico delle fragilità altrui. Inoltre, il racconto della pesca miracolosa è un invito a non scoraggiarsi mai, anche quando tutto sembra perduto. La chiamata di Cristo è una chiamata a perseverare, a gettare le reti ancora una volta, a fidarsi di lui che continua a camminare accanto a noi, anche quando sembra assente.
Quel «Mi ami tu?» è l'interrogativo che continua a rivolgersi a ognuno di noi. Non è una domanda retorica, ma un invito a riflettere sulla qualità del nostro amore per Cristo e quindi per i fratelli e le sorelle, sulla fedeltà delle nostre scelte concrete ed evangeliche, sulla concretezza della nostra testimonianza nella società alla sequela della Parola. Amare Gesù significa più che una fede sentimentale: significa vivere il Vangelo, fare scelte coraggiose, mettersi al servizio degli altri, costruire comunità dove si possa respirare il respiro di Dio. E così questa pericope non è solo la fine del vangelo, ma il principio di un cammino che ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati a percorrere. È la pagina di una speranza radicale: Gesù è vicino, presente, pronto a chiamare ancora, a nutrire, a servire. È la pagina di un amore che non si arrende, che perdona, che accompagna fino alla fine. Nel mondo attuale, così complesso e spesso diviso, questo messaggio è più che mai necessario. La Chiesa di Dio non è una struttura di potere o un insieme di regole, ma una comunità di amanti di Cristo, chiamata a testimoniare il suo amore servendo gli altri, soprattutto i più deboli e bisognosi.
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