IV DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 10,27-30 - Pecore, non pecoroni
“Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono”
Nel cuore luminoso del tempo pasquale, la IV domenica si distingue per la sua tonalità unica e particolarmente cara alla spiritualità cristiana: è la Domenica del Buon Pastore. L’immagine che Gesù utilizza nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni non è una semplice metafora poetica, né una figura dolce destinata a rassicurare. È un'immagine che affonda le sue radici nell’Antico Testamento e nella tradizione d’Israele, dove Dio stesso è spesso descritto come il pastore del suo popolo: pensiamo al Salmo 23, “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”, o al profeta Ezechiele, dove Dio promette di andare Lui stesso in cerca delle pecore disperse. In Gesù questa immagine si compie e si rivela in pienezza: il Pastore atteso è Lui, e la sua voce è quella di Dio che guida, protegge, nutre e salva.
Ed è proprio per questo che il titolo “Pecore, non pecoroni” assume una forte carica provocatoria e di stimolo: non si tratta di seguire passivamente un’istituzione ecclesiastica, rigida, patriarcale e chiusa al cambiamento, ma di mettere al centro la voce autentica del Vangelo. Seguire Cristo significa aderire al suo messaggio di pace, amore, uguaglianza e libertà, e non farsi mai ridurre a semplici “pecoroni” che obbediscono acriticamente a tradizioni o autorità che non incarnano più lo spirito del Signore risorto.
Il contesto in cui Gesù pronuncia le parole di Giovanni 10,27-30 è quello di un confronto acceso con i capi religiosi del tempo, che mettono in discussione la sua identità. La sua risposta non è teorica, ma relazionale: non offre una definizione astratta di sé, ma si presenta nella relazione viva con coloro che lo seguono, con coloro che riconoscono la sua voce. «Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono». Questa semplice frase racchiude il cuore della vita cristiana: ascoltare, essere conosciuti, seguire.
Ascoltare è il primo passo. La fede nasce dall’ascolto, ci ricorda san Paolo nella Lettera ai Romani. Ma non un ascolto distratto o occasionale, bensì un ascolto profondo, che implica il desiderio di riconoscere la voce autentica di chi ci ama. In un mondo pieno di rumori, dove le voci si sovrappongono, dove ogni giorno ci raggiungono messaggi contrastanti — pubblicità, opinioni, manipolazioni, slogan — discernere la voce del Signore è un atto rivoluzionario. È riconoscere, in mezzo a tutto, quella voce che non inganna, non seduce, non impone, ma che chiama, libera e guarisce. È una voce che non cerca adepti, ma figli. Non impone comandi, ma propone cammini.
Gesù dice poi: «Io le conosco». Non si tratta di un sapere anagrafico o di una conoscenza superficiale. Il “conoscere” di Dio, nella Scrittura, è sempre un atto d’amore, un entrare nel mistero dell’altro, un prendersi cura. Essere conosciuti da Dio significa essere riconosciuti nel nostro valore, nella nostra unicità, nella nostra verità più profonda. In un mondo che spesso ci identifica per ciò che facciamo, per i risultati che otteniamo, per l’immagine che proiettiamo, sapere che il Signore ci conosce per quello che siamo davvero, anche con le nostre contraddizioni e fragilità, è una fonte immensa di consolazione. Non abbiamo bisogno di maschere davanti a Lui. Non dobbiamo essere migliori di quello che siamo. Siamo amati così come siamo — e proprio così veniamo chiamati a diventare di più.
Infine: «Essi mi seguono». Il discepolo non è uno che si limita ad ascoltare o ad aderire con la mente, ma è colui che si mette in cammino, che lascia qualcosa per andare dietro a Qualcuno. Seguire Gesù significa fidarsi della sua guida, anche quando non comprendiamo tutto, anche quando la strada si fa stretta o oscura. Non ci viene garantita una vita senza ostacoli, ma una compagnia che non ci abbandona mai. Il cammino dietro al Pastore può passare per sentieri in salita, per desolazioni, per domande senza risposta. Ma è un cammino verso la vita, verso la libertà, verso la gioia piena.
E infatti Gesù continua: «Io do loro la vita eterna». Non si tratta solo di una vita “dopo la morte”, ma di una qualità di vita nuova che comincia già ora, ogni volta che viviamo in comunione con Lui. La “vita eterna” non è solo durata infinita, ma è la pienezza dell’essere amati da Dio, la libertà di chi non è più schiavo della paura, la gioia profonda di chi sa di appartenere a qualcuno che non tradisce. È vivere già ora alla luce della risurrezione, con la certezza che nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Per questo Gesù dice con forza: «Non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano». Una promessa che contiene tutta la tenerezza e la forza del Buon Pastore: la salvezza che Egli offre è salda, stabile, definitiva. Nessuna prova, nessun fallimento, nessun peccato, nessuna forza del male può strapparci dalle sue mani. Quelle mani trafitte dalla croce ci custodiscono, ci rialzano, ci sostengono.
Nel tempo pasquale, questa parola ha un significato ancora più potente. Cristo, il Pastore buono, è risorto, e proprio per questo la sua voce non è un’eco del passato, ma una voce viva che ancora oggi parla al nostro cuore. La Chiesa, oggi, è chiamata a essere segno vivo della sua voce nel mondo, una comunità dove si può ancora riconoscere e sperimentare il volto del Buon Pastore. Una Chiesa che non si limita a difendere dottrine, ma che accompagna le persone; una Chiesa che non giudica, ma accoglie; che non impone, ma propone; che non allontana, ma cerca chi è smarrito.
In questa IV domenica celebriamo anche la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Il Pastore chiama ancora. Le sue parole non sono ferme nelle pagine del Vangelo, ma risuonano oggi nella vita di tanti giovani e adulti, che sentono nascere in loro il desiderio di donarsi, di servire, di camminare dietro a Lui in modo radicale, nella vita sacerdotale, religiosa, missionaria, o in forme di consacrazione nel mondo. Ma ogni vocazione, anche quella matrimoniale o laicale, nasce dall’ascolto. Tutti siamo chiamati a essere “pecore che ascoltano” e, quindi, persone capaci di rispondere. La vera vocazione non è un obbligo, ma una chiamata d’amore che chiede libertà e fiducia.
Preghiamo dunque per le vocazioni, sì — ma anche per noi stessi, perché possiamo diventare una comunità capace di ascoltare. Una Chiesa che sa tacere per fare spazio alla voce del Pastore. Una Chiesa che non crea barriere, ma ponti; che non pretende perfezione, ma accompagna nella verità. Una Chiesa che non si limita a insegnare, ma testimonia, attraverso l’amore fraterno e la misericordia, la bellezza di appartenere al Pastore che dà la vita.
In definitiva, il Vangelo di oggi è una dichiarazione d’amore rivolta a ciascuno di noi. Una promessa di fedeltà assoluta. Un invito alla fiducia. Il Signore ci conosce, ci chiama, ci guida. Non siamo soli. Non siamo anonimi. Non siamo abbandonati. Siamo nelle sue mani — e quelle mani non ci lasceranno mai.
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)