XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al Vangelo: Lc 11,1-13 - Insegnaci a pregare
«Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli e alle sue discepole»

In questa pericope ci troviamo davanti a una delle scene più umane e più profonde dell’intero ministero di Gesù, un momento che ci fa entrare nel cuore del suo rapporto con Dio e nel desiderio dei discepoli di partecipare a questa relazione così vera, così viva, così rivoluzionaria. Gesù sta pregando in un luogo appartato, come spesso accade nei Vangeli, e uno dei suoi discepoli, forse stupito, forse commosso, forse affascinato da quello che vede, gli si avvicina e gli dice: “Signore, insegnaci a pregare”, non chiede un rito, non chiede una formula magica, non chiede un elenco di cose da fare per essere più religiosi, chiede di imparare a entrare in quella comunione profonda che Gesù vive con Dio, chiede di partecipare a quell’intimità che non sembra fatta di parole ma di presenza, non di rumore ma di silenzio, non di potere ma di amore, ed è qui che Gesù risponde non con un discorso lungo, ma con parole essenziali, dense, parole che diventano per i secoli il centro della spiritualità cristiana, ma che spesso, purtroppo, abbiamo ridotto a preghiera ripetuta, recitata a memoria, svuotata della sua forza iniziale, parole che Gesù non intendeva imporre come formula fissa, ma proporre come modello di relazione autentica con Dio, parole che ci dicono che Dio non è lontano, non è irraggiungibile, non è un monarca da temere, ma è un Padre, o meglio un Abbà, una parola intima, tenera, affettuosa, che potremmo tranquillamente rendere anche con Mamma, con Madre, con Sorgente, con Vita, perché Dio non è maschio, non è prigioniero di una sola immagine, Dio è il totalmente altro e insieme il totalmente vicino, è colui che genera, che custodisce, che nutre, che libera, e se ci permettiamo di pensarlo solo come Padre, rischiamo di perderne la dolcezza, la profondità, la completezza, ecco perché oggi è necessario anche osare nomi nuovi, perché Dio non è un’idea, è relazione, non è una dottrina, è esperienza, e Gesù non ci impone di usare parole precise, ma di pregare con il cuore, di rivolgerci a Dio in libertà, senza maschere, senza paura, senza finzioni, la preghiera allora non è un dovere, non è un compito da assolvere, non è una moneta da scambiare con grazie o miracoli, la preghiera è un gesto d’amore, è uno spazio di ascolto, è un respiro dell’anima, e in questo respiro possiamo parlare a Dio come siamo, con le nostre fatiche, con i nostri sogni, con la nostra stanchezza, con i nostri fallimenti, senza dover nascondere nulla, senza dover fingere di essere migliori, perché Dio non ci ama per quello che facciamo ma per quello che siamo, ci ama gratuitamente, ci ama anche quando sbagliamo, anche quando ci allontaniamo, e questo amore gratuito è il centro della preghiera cristiana, un amore che non giudica ma accoglie, che non esige ma offre, che non condanna ma solleva, allora pregare è tornare a casa, è fermarsi, è ricordarsi che non siamo soli, è riconoscere che la nostra vita ha un senso più grande, è affidarsi, è lasciarsi trasformare, e Gesù ci chiede di farlo non in modo isolato, non come gesto privato, ma come atto di comunità, perché la preghiera vera non è mai egoistica, non è mai centrata solo su di sé, ma si apre all’altro, si prende cura dell’altro, ecco perché Gesù ci insegna a dire dacci oggi il nostro pane quotidiano, non il mio pane, non la mia salvezza, ma il nostro pane, la nostra vita, la nostra speranza, la nostra giustizia, e qui il pane non è solo il cibo, ma è anche la parola, è la dignità, è il diritto di vivere, è tutto ciò che serve per esistere pienamente, e oggi più che mai questa parola ci interpella, perché siamo in un mondo in cui troppi sono senza pane, senza casa, senza amore, senza voce, e pregare, se è vero, ci obbliga a cambiare, ci obbliga ad agire, ci obbliga a condividere, ecco perché Gesù non si ferma al Padre nostro, ma racconta una piccola parabola che sembra insignificante ma in realtà contiene un’esplosione profetica, quella dell’amico che bussa a mezzanotte, una scena di vita semplice, ma che dice molto, perché l’amico non bussa per sé, ma per qualcun altro, ha un ospite inaspettato e non ha nulla da offrirgli, e allora va da un altro amico e chiede pane, e questo gesto ci insegna che pregare significa anche portare a Dio il bisogno degli altri, non solo il nostro, significa preoccuparsi dell’umanità, farsi carico delle sue ferite, intercedere per chi non ha forza di parlare, bussare per chi non ha più voce, insistere per chi è stanco, e Dio, ci dice Gesù, ascolta, non perché si infastidisce, ma perché l’insistenza sincera, la fiducia, la passione muovono il suo cuore, allora la preghiera è anche lotta, è resistenza, è perseveranza, non è fuga dal mondo ma immersione totale nella realtà, è sguardo che non si rassegna, è mano che si tende, è parola che invoca, e infine Gesù conclude dicendo che Dio non ci darà cose inutili, non esaudirà capricci, ma ci darà lo Spirito, cioè se stesso, la sua forza, la sua energia d’amore, la sua presenza che consola, che guarisce, che guida, e allora pregare è anche lasciarsi abitare da questo Spirito, lasciarsi plasmare, lasciarsi rinnovare, e non possiamo più pensare che basti andare a messa o recitare qualche preghiera per sentirci a posto, se poi restiamo chiusi, giudicanti, indifferenti, la preghiera vera si vede da come trattiamo chi ci è accanto, da come rispondiamo al dolore degli altri, da come viviamo la solidarietà, e troppo spesso ci hanno insegnato una religione fatta di paura, di obblighi, di superstizioni, ci hanno parlato di un Dio che punisce se saltiamo la messa, ma non ci hanno insegnato a cercare Dio nel volto del povero, della prostituta, del tossicodipendente, del migrante, del barbone, ci hanno parlato di un Dio maschio, bianco, potente, ma non ci hanno mostrato il Dio che piange, il Dio che si fa piccolo, il Dio che vive tra gli ultimi, e allora oggi è tempo di liberare Dio, di liberarlo dai muri, di restituirlo al mondo, perché Dio non è proprietà delle chiese, Dio è nel vento, nel grido, nella carezza, nella strada, e se oggi preghiamo il Padre nostro, possiamo anche dire Madre nostra, e se oggi chiediamo il pane, possiamo anche offrirlo, spezzarlo, moltiplicarlo, e se oggi diciamo sia fatta la tua volontà, dobbiamo anche chiederci se quella volontà la stiamo davvero cercando, o se stiamo solo ripetendo parole, oggi Gesù ci insegna che pregare è scegliere di amare, di perdonare, di servire, di rischiare, e ci chiede di cambiare il nostro modo di vivere, di liberarci da un Dio fatto a nostra immagine, per entrare nella libertà dei figli, per lasciarci sorprendere da un Dio che non vuole templi ma cuori aperti, che non vuole riti vuoti ma gesti concreti, che non cerca religiosi perfetti ma esseri umani autentici, e allora possiamo cominciare a pregare davvero solo quando smettiamo di recitare e iniziamo ad amare, solo quando smettiamo di chiedere e iniziamo a donare, solo quando smettiamo di temere e iniziamo a fidarci, perché solo l’amore gratuito che riceviamo può generare amore gratuito da dare, e solo così la preghiera diventa viva, solo così diventa trasformante, solo così diventa il luogo dove il cielo tocca la terra e la terra si apre al cielo.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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