XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al Vangelo: Lc 12,13-21 - Scegliere l’essenziale
«Quello che hai preparato, di chi sarà?»

Nel racconto del Vangelo di Luca, incontriamo Gesù nel cuore di un lungo viaggio, un cammino che si snoda dalla Galilea verso Gerusalemme. Un viaggio non solo geografico, ma anche spirituale e umano, un cammino in cui Gesù non smette di insegnare, di parlare, di accendere riflessioni profonde in chi lo ascolta. È un viaggio come quello della nostra vita, fatto di tappe, di incontri, di domande, di attese. In mezzo alla folla che lo segue, ecco comparire un uomo, uno della moltitudine, senza nome, senza volto, ma con dentro un cuore e una mente che raccontano la storia di ciascuno di noi. Quest’uomo, come tanti di noi, è alle prese con una questione di eredità, con la spartizione di beni materiali, un tema apparentemente terreno, quasi banale, ma che nasconde inquietudini più profonde. Viene a chiedere a Gesù, come a un giudice o a un amministratore, una sentenza su un problema che, in fondo, riguarda la sicurezza, il futuro, l’avere abbastanza. Ed è qui che Gesù, maestro della parola e del cuore, coglie l’occasione per svelare un paradosso: non si tratta di una semplice disputa legale, ma di un insegnamento che ci scuote e ci invita a guardare oltre. Gesù ci invita a distaccarci dai criteri del mondo, dagli attaccamenti che ci imprigionano, e a volgere lo sguardo verso ciò che è veramente essenziale nella vita. La sua parola è un invito a uscire dai parametri umani per scoprire il senso profondo della nostra esistenza.

In quell’uomo anonimo, possiamo riconoscere noi stessi con tutte le nostre preoccupazioni quotidiane, le nostre ansie, la tentazione di accumulare troppo, di aver sempre di più, come se la quantità di beni potesse colmare un vuoto più grande. Quante volte ci siamo trovati a commentare la stoltezza di chi si affanna per denaro, potere, prestigio, solo per scoprire che, di fronte alle grandi prove della vita – una malattia improvvisa, la morte inattesa – tutto questo perde peso, valore, significato. È proprio in quei momenti di fragilità che ci accorgiamo della nostra umanità, della nostra finitezza. È come se un velo si alzasse dai nostri occhi e finalmente vedessimo la vita con occhi diversi. Ci rendiamo conto che la vera ricchezza non si trova nelle cose che possediamo, ma in ciò che siamo, nel rapporto con Dio e con gli altri, nella capacità di amare e di servire. È un invito a rallentare, a fare spazio, a dedicarci più tempo e attenzione: non solo a noi stessi, ma anche al nutrimento dello spirito, a quella relazione profonda con Dio che dà senso a tutto. Ma questa consapevolezza è fragile. Spesso, come il protagonista della parabola, dimentichiamo in fretta, e ci lasciamo risucchiare di nuovo da un ritmo incalzante che ci spinge a volere di più. Non solo in termini materiali, ma in mille altre forme: troppo lavoro, troppo ordine, troppa sicurezza, troppi programmi da portare avanti. Ci si illude che questa corsa ci possa dare serenità, ma dentro resta un vuoto che nulla di tutto ciò può colmare.

In mezzo a questa confusione, trovare tempo per Dio, per il silenzio, per l’ascolto è diventato difficile. Eppure, è proprio in quei momenti di calma che possiamo accogliere la Parola, lasciarci parlare dal Signore, permettere al nostro spirito di essere nutrito e rigenerato. È in questi spazi di ascolto che impariamo a rispecchiarci nella gioia e nelle sofferenze degli altri, ad aprirci alla condivisione e alla solidarietà. La parabola del ricco stolto diventa allora un monito: il protagonista pensa solo a sé, a come conservare e godere dei suoi beni, come se il cuore potesse trovare sazietà nelle cose materiali. Ma la vita è un dono fragile, e la morte – che non distrugge l’uomo, ma lo separa dal corpo – è la realtà ultima che ci ricorda che nulla è per sempre. Quando arriverà quel momento, saremo chiamati a rendere conto delle nostre scelte. Le nostre “ceste”, piene o vuote, saranno il frutto della nostra esistenza e ciò che potremo offrire a Dio. Nessuno ci chiede di rinunciare completamente ai beni terreni, ma abbiamo una responsabilità morale: vivere nella sobrietà, evitando la trappola di un attaccamento ossessivo alle ricchezze che ci distraggono, ci isolano, ci fanno dimenticare il vero valore della vita. Come dice Alex Zanotelli, la sobrietà non è rinuncia sterile, ma scelta di libertà e giustizia. Perché l’accumulo senza misura non è mai innocuo: è legato all’oppressione dei poveri, all’ingiustizia sociale, a un sistema che rischia di escludere molti. E la giustizia non è solo responsabilità di pochi potenti: tocca a ciascuno di noi, con le nostre scelte quotidiane, impegnarci per una condivisione vera e solidale.

Alla fine, la grande domanda che Gesù ci lascia è questa: “E quello che hai preparato, di chi sarà?” Un monito a non illuderci, perché nulla di ciò che accumuliamo resterà per sempre. Le cose materiali sono solo il terreno su cui viviamo le esperienze umane, quelle esperienze che riempiono il cuore e l’anima e che ci preparano a ciò per cui siamo veramente nati: l’eternità nella luce e nelle braccia di Dio. Così, lungo il cammino della nostra vita, siamo chiamati a fare scelte consapevoli, a dare valore al tempo, a coltivare la fede e l’amore, a non lasciarci sopraffare dall’ansia del possesso, ma a trovare in Dio e nella comunione con gli altri la vera ricchezza che non si consuma, che dà senso e speranza al nostro cammino. 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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