MEMORIA DI PIETRO E PAOLO - ANNO C
Commento al Vangelo: Mt 16,13-20 - Tu sei Pietro
«Tu sei Pietro e su questa roccia edificherò la mia chiesa»

Storicamente, il passo evangelico di Mt 16,18 (“Tu sei Pietro e su questa roccia edificherò la mia chiesa”) è stato interpretato come fondamento per giustificare il primato del vescovo di Roma e, in tempi più recenti, anche l’infallibilità papale (1870). Si è costruita nei secoli una teologia che ha trasformato la figura del papa in una sorta di monarca assoluto, capo indiscusso e infallibile della Chiesa universale. Tuttavia, gli studi biblici, storici e linguistici condotti negli ultimi decenni, sia in ambito cattolico che protestante e ortodosso, hanno messo in discussione in maniera radicale questa lettura, evidenziando come non esista una continuità diretta, storica o teologica, tra la figura dell’apostolo Simon Pietro e l’istituzione papale così come l’abbiamo conosciuta nella storia della Chiesa, specialmente a partire dal IV secolo. La comunità che ha redatto il Vangelo secondo Matteo – molto probabilmente situata in Siria, forse ad Antiochia – viveva in un contesto complesso, segnato da tensioni tra cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani di origine pagana. In questo contesto, la figura di Pietro è valorizzata come esempio di fede semplice, ma anche come figura fragile, capace di tradire e pentirsi, di cadere e rialzarsi, e soprattutto di fare da mediatore tra mondi in tensione. Non a caso, secondo gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo, Pietro lascia Gerusalemme e sembra assumere un ruolo di ponte tra due modi diversi di vivere la fede in Gesù: da una parte il legame con la legge mosaica, dall’altra l’apertura universale dell’annuncio cristiano. Il passo di Mt 16,18 deve quindi essere letto alla luce del contesto storico e sociale della comunità matteana, che non intendeva affermare un potere assoluto nelle mani di un solo uomo, ma piuttosto presentare un modello di autorità fondato sulla fede e sul servizio, non sull’imposizione. La fede di Pietro – espressa nel riconoscimento di Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente – diventa così il fondamento su cui si costruisce la comunità, non perché Pietro sia una figura sacralizzata o infallibile, ma perché è un uomo che ha saputo credere pur nella sua fragilità. A questo si collega anche un dato importante di tipo linguistico: nel testo greco del Vangelo, il termine usato per designare Pietro è pétros, che significa “sasso”, “frammento di roccia”, mentre la parola usata per “roccia” su cui sarà edificata la chiesa è pétra, che indica una roccia solida, una base stabile. Questa distinzione non è un dettaglio secondario, ma suggerisce una distanza tra Pietro (inteso come individuo) e la roccia vera e propria su cui poggia la comunità: Cristo. Non a caso, in 1 Corinzi 10,4 Paolo afferma chiaramente che “quella roccia (pétra) era Cristo”, rafforzando l’idea che la Chiesa si fonda non su un uomo, ma sulla persona stessa di Gesù. Di conseguenza, una traduzione letterale e coerente di Matteo 16,18 suonerebbe così: “Tu sei un sasso (pétros) e su questa roccia (pétra) edificherò la mia ekklesía”, con ekklesía inteso non come “Chiesa” istituzione clericale, ma come assemblea, comunità convocata, insieme di persone unite dalla fede nel Cristo risorto. Inoltre, il termine ekklesía stesso, scelto dalla comunità matteana, ha connotazioni politico-comunitarie, più che religiose o cultuali: indica l’assemblea dei cittadini, luogo di confronto, decisione e partecipazione. Non si tratta dunque di un’organizzazione gerarchica in senso stretto, ma di una realtà comunitaria e condivisa. Questo è ulteriormente confermato dal fatto che lo stesso potere di “legare e sciogliere”, nel capitolo 18 del Vangelo di Matteo, viene attribuito all’intera comunità, e non solo a Pietro. Il che significa che l’autorità nella Chiesa delle origini non era concentrata in un individuo, ma distribuita, partecipata, frutto di discernimento comunitario. La figura di Pietro emerge quindi come simbolo della fede autentica, della fragilità umana, del pentimento, della capacità di rialzarsi e di servire, più che come immagine di potere o di dominio. Nei Vangeli, Pietro è anche chiamato “satana” da Gesù quando cerca di dissuaderlo dalla via della croce; è colui che rinnega il suo maestro, ma anche colui che piange amaramente e ritrova la via del discepolato. Non è un eroe perfetto, ma un uomo comune, con il quale ogni credente può identificarsi. In questo senso, la tradizione che ha sovraccaricato Pietro con il peso del potere papale, dell’infallibilità e dell’autorità assoluta, ha tradito in parte l’immagine evangelica di questo apostolo. Va inoltre ricordato che nei primi tre secoli della storia cristiana non esisteva alcuna figura assimilabile al papa come lo intendiamo oggi. Il vescovo di Roma aveva una posizione di rilievo, certo, ma non esercitava un potere sovraordinato su tutte le altre comunità cristiane. Solo a partire dal IV secolo, con l’alleanza tra cristianesimo e impero romano, la figura del vescovo di Roma ha iniziato ad assumere un ruolo politico e religioso più marcato, culminato nel dogma dell’infallibilità papale proclamato nel 1870 durante il Concilio Vaticano I. Quel dogma, formulato in un’epoca di grandi tensioni tra Chiesa e modernità, non trova un fondamento diretto nei testi evangelici, ma è piuttosto il risultato di una lunga evoluzione teologico-politica. Se vogliamo rimanere fedeli al messaggio evangelico, è necessario allora liberare Pietro dai panni pesanti del papato e riscoprirlo come figura di discepolato, come testimone di una fede semplice, concreta e umana. Egli non è il fondamento, ma uno dei tanti “sassi” con cui è costruita la comunità dei credenti, mentre la vera roccia è Cristo. Gesù non ha fondato una religione nuova né una Chiesa istituzionale separata dal giudaismo: egli ha vissuto e insegnato come un ebreo fino alla fine, proclamando il Regno di Dio e non una nuova struttura ecclesiale. Le comunità cristiane sono nate in seguito come risposta alla sua vita, morte e risurrezione, e hanno espresso in forme diverse la propria fede, sempre riconoscendo in Cristo la roccia, la fonte e il senso ultimo. Dunque, oggi più che mai, è urgente rileggere questa pericope alla luce della sua origine storica e della sua profondità teologica. Non si tratta di negare il valore della tradizione, ma di purificarla, di riscoprirne il significato originario, di liberare la figura di Pietro dalla sovrastruttura del potere e restituirla alla sua autenticità evangelica. Pietro, come ciascuno di noi, è chiamato a essere un discepolo in cammino, fragile ma fedele, testimone di quella misericordia che sola edifica la Chiesa, perché la vera autorità nella comunità cristiana non è quella che domina, ma quella che serve. E la Chiesa non poggia su uomini, ma sulla roccia viva che è Cristo, l’unico fondamento.

 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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