PANE DI VITA E CALICE DI SALVEZZA - ANNO C
Commento al Vangelo: Lc 9,11-17 - Fate questo in memoria di me
«Tutti mangiarono a sazietà»
La festa del Corpus Domini, per noi vetero cattolici, è la memoria del "Pane di Vita e Calice di Salvezza". Questa liturgia ha origini antiche e nasce e si diffonde intorno alla metà del tredicesimo secolo, incontrando una seria e dura resistenza da parte di biblisti e teologi. Il rischio forte, si diceva, è l'allontanamento dalle scritture. E credo ancora oggi, se non si capisce il vero significato di questa festa. Con il Concilio di Trento venne proclamato poi il dogma della "transustanziazione". Esso afferma che il pane e il vino vengono trasformati in tutta la loro sostanza in corpo e sangue di Cristo. Questa è una delle interpretazioni teologiche esistenti tra le varie chiese. Nel vetero cattolicesimo, ad esempio, si sposa la presenza reale di Gesù nel pane e nel vino che viene consacrato. Chiaramente mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù è un linguaggio simbolico espressivo, quello che dovremmo capire è che con la Cena entriamo in profonda comunione di pensieri e di vita con Gesù stesso, incarnando il suo messaggio di liberazione e di salvezza. Compiendo questo gesto si vuole continuare l’unione intima dei nostri cuori con la continua conferma di metterci alla sequela di Gesù stesso. Fate questo in memoria di me. Quel pezzo di pane rimane pane e quel vino continua a rimanere vino, ma noi, spezzando il pane e passandoci il calice, esprimiamo la volontà di conformarci al suo insegnamento, di fare nostre le sue scelte di vita. Egli spezzava il pane, condividendo la sua mensa con tutti, dai peccatori, ai barboni e alle prostitute, dai barboni ai pagani, dalle persone lgbt ai divorziati e risposati, sia con i lontani e gli impuri, sia con i vicini. E con il tempo alcune chiese si sono arrogate il diritto di rendere questa mensa non più la cena di Cristo, ma il premio per chi si comporta secondo i dettami delle leggi ecclesiastiche attuando discriminazioni ed emarginazioni.
Nella prospettiva del fate questo in memoria di me dovremmo iniziare a pensare all'Eucaristia come un invito e una preghiera affinché possiamo pian piano trasformare le nostre vite sulle tracce di Gesù. Le interpretazioni possono essere diverse da chiesa a chiesa, ma la Cena a cui siamo chiamati è solo una dove l’unico sommo sacerdote è Cristo Gesù. E nella storia questo l’abbiamo dimenticato e ci siamo fatti le guerre di ideologie. Diventa necessario che tutti noi realizziamo nella nostra vita quotidiana la pratica della condivisione e della solidarietà. Il fatto che in molte chiese la presidenza della celebrazione eucaristica sia esclusività di chi è ordinato, come anche la proclamazione del vangelo, è uno dei primi motivi che allontanano il popolo da Dio. Il fatto che in alcune chiese le donne non vengono considerate pienamente è frutto dell'ignoranza, del maschilismo e del pregiudizio.
E come mai la liturgia ci propone il brano evangelico della condivisione dei pani e dei pesci che non avvalora la festa del corpus domini? Quando accendiamo le nostre smart tv sentiamo solo notizie di guerra che ci vogliono far sentire, ma nessuno realmente parla che il mondo soffre della mancanza di pane, acqua, cibo, casa, medicinali, beni di prima necessità. Ed è così che di fronte a ciò noi ci sentiamo impotenti, come i discepoli e le discepole che vivevano con Gesù i problemi del loro tempo e si ritrovavano solo con cinque pani e due pesti, mentre la società in toto ha abbondanza di beni da distribuire a tutti indistintamente: dodici ceste di avanzi. Questo è un brano talmente bello che con le sue ironie e i suoi controsensi, ci fa capire il contrasto tra la miseria e l’abbondanza.
Ma noi questi avanzi li buttiamo, li sprechiamo, li accumuliamo fregandoli furtivamente… non si sa mai se domani rimarremo senza. Come mai non alziamo i nostri occhi al cielo per benedire Dio e non ci tiriamo su le maniche per condividere ciò che si ha?
Ecco che alzare gli occhi al cielo e condividere è la strada indicata dal messaggio evangelico di oggi. Alzare gli occhi al cielo per prendere coscienza di un Dio che non ci fa mancare nulla e ci invita a “dividere con”. Lo spezzare il pane e condividere il calice del vino diventa così un momento di condivisione della comunità per ringraziare Dio e diventa coraggio per annunciare a tutti la soluzione della condivisione e diventa speranza che il mondo lo recepisca.
Il futuro del mondo è racchiuso nel motto “dare e ricevere” essendo consapevoli che il bene comune non può essere comprato e privatizzato, che il creato è stato messo nelle nostre mani da Dio, ricevendo un testimone importante, ma ci è stato dato per esserne custodi, non padroni. Ed è come custodi che dobbiamo prenderci cura che la Cena di tutti i giorni, quindi anche la cena della nostra quotidianità, continui a essere un Fate questo in memoria di me. è così che quando ci raccogliamo a spezzare il pane dell’amore e il vino della gioia, sentiamo il grido di chi viene emarginato e privato dell'essenziale e ci sentiamo chiamare a essere discepoli e discepole che non accettano il bavaglio della sottomissione e i soprusi di chi crede di parlare in nome di Dio sputando condanne di sentenza e di finte scomuniche al nostro predicare secondo il Verbo fattosi carne. Il mondo di oggi è sordo, non vuole più aprire le orecchie del cuore per ascoltare. Crediamo che Tutto ci è dovuto. E invece no. L’invito è quello di celebrare la condivisione della cena per ravvivare in noi la convinzione che pur non essendo chissà chi possiamo buttare giù le barriere e i muri dell’odio e dell’egoismo.
Il brano che abbiamo appena letto, ha dei riferimenti espliciti alle Scritture del’Antico Testamento, basti leggere il capitolo sedicesimo di Esodo o l’undicesimo di Numeri per accorgerci di un Dio sempre attento a non far mancare mai il cibo al suo popolo, ma così anche gli scritti attribuiti a Eliseo ci danno testimonianza di una moltiplicazione di quei pochi pani d’orzo e di farro che avevano per sfamare le moltitudini e avanzarne persino. La pericope odierna vuole essere la promotrice del pensiero della comunità lucana secondo la quale dove ci si impegna nella costruzione del regno di Dio, qui su questa terra, e dove vi è ancora gente capace di essere profeta su queste strade buie della nostra società, il pane continua a spezzarsi e continua ad essercene in abbondanza per tutti quanti, ad avanzarne. “Date voi loro da mangiare”, questo è il messaggio rivolto a chi prende seriamente la decisione di mettersi alla sequela della Parola. Gesù dividendo quei pani e quei pesci diventa sia un provocatore sia un insegnante di vita: come si può sfamare circa 5000 persone con solo quel poco che hanno? Sono in una zona deserta e quindi impensabile persino andare a comprare cibo. Gesù prende i pani e i pesci, alza gli occhi al cielo, li benedice, li spezza, li dà ai discepoli perché li distribuiscano. Con quei pochi pani tra le mani Gesù alza gli occhi al cielo e li benedice. Il risultato è che tutti mangiarono a sazietà e si raccolsero 12 ceste di avanzi.
Alzare gli occhi al cielo nella Bibbia è un segno importante che richiama chi fa appello a Dio e riconosce in Lui la fonte di ogni bene. Benedire i pani significa riconoscerli come doni che provengono da Lui e non possono essere un possesso di qualcuno. Guardare il cielo è non solo riconoscere e donare a Dio la nostra fatica nel coltivare il grano e curare la vite, ma attingere da Dio stesso la forza di condividere. Ma questo brano, dentro la cultura del possesso, dell’egocentrismo e dell’avidità, ancora oggi diventa testimone e rivelatore del cuore umano. Se non alziamo gli occhi al cielo e non facciamo appello al soffio di Dio, chi di noi troverà il coraggio di condividere?
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)