NOTTE DI NATALE - ANNO A
Commento al Vangelo: Lc 2,1-20 - Il Dio dei Pastori
«C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge»

Nel Vangelo della notte di Natale c’è un dettaglio che continuiamo a tradire. Non ignorare: tradire.
«C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2,8).
Pastori. Non santi. Non devoti. Non uomini “a posto”. Pastori: reietti, sospetti, impuri, gente che viveva fuori dalle mura, fuori dal tempio, fuori dalla rispettabilità. Considerati bugiardi, inaffidabili, contaminati. Non potevano testimoniare in tribunale. Erano tollerati solo perché utili. Come oggi.

E Dio fa qualcosa di intollerabile: va da loro.
«Un angelo del Signore si presentò a loro». A loro, non ad altri. Non al tempio, non ai sacerdoti, non ai benpensanti. Dio non sale verso i luoghi del potere: scende verso chi non conta. Questa non è poesia natalizia. È una presa di posizione. È Dio che dice da che parte sta.

Il Natale non nasce per consolare i giusti, ma per mettere sotto accusa un mondo che esclude. È Dio che entra nella storia dal punto più basso, e così facendo smaschera tutte le nostre gerarchie. Maria l’aveva già urlato, ma noi lo cantiamo come una filastrocca:
«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).
Non è un’immagine spirituale. È un terremoto sociale. È Dio che ribalta i criteri. E noi, da duemila anni, cerchiamo di rimetterli a posto.

I pastori sono il simbolo di tutti quelli che oggi continuiamo a chiamare “problema”: poveri, migranti, invisibili, precari, scartati. Gente che serve finché serve e poi va rimossa dallo sguardo. Come allora, sono giudicati prima ancora di parlare. Come allora, non sono credibili. E proprio a loro Dio affida la notizia più importante della storia. È un affronto diretto alla nostra ossessione per il merito, la decenza, la rispettabilità.

«Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore».
Per voi. Non per chi osserva tutto. Non per chi è in regola. Per voi che siete fuori. Questo è il Vangelo. Il resto è decorazione religiosa.

E poi c’è il dettaglio che ci inchioda definitivamente:
«Non c’era posto per loro» (Lc 2,7).
Non è sfortuna. È rifiuto. Nessuno li ha voluti. Come oggi non vogliamo fare posto a chi disturba i nostri equilibri. Facciamo spazio alle cose, non alle persone. Accendiamo luci, ma chiudiamo porte. Celebriamo un Dio nato in una stalla mentre non tolleriamo chi vive per strada. Questa è schizofrenia spirituale. Questa è ipocrisia.

La nostra società assomiglia più a Erode che ai pastori. Ossessionata dal controllo, dalla sicurezza, dal decoro. Pronta a sacrificare vite umane pur di non mettere in discussione privilegi. Erode non aveva paura di Dio: aveva paura di perdere il potere. Esattamente come noi. E ogni volta che scegliamo l’ordine invece della giustizia, la tranquillità invece della verità, stiamo dalla sua parte.

Il Natale ci giudica, perché Dio nasce dove noi non vogliamo stare. Nasce tra gli scarti. E se non lo riconosciamo è perché non lo cerchiamo lì. Preferiamo un Natale addomesticato, pulito, commovente. Ma il Natale vero è sporco, scomodo, destabilizzante. È Dio che dice: “Io sto qui. Se vuoi incontrarmi, devi scendere”.

E la Chiesa non è fuori da questo processo. Anzi. Perché i pastori ci piacciono solo nel presepe. Quelli veri danno fastidio. Puzzano, parlano male, arrivano tardi, non rispettano le regole. Li vogliamo evangelizzati, non ascoltati. Assistiti, non riconosciuti. Ma il Vangelo fa l’opposto: li mette al centro.

«Beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio» (Lc 6,20).
Non “beati i poveri spirituali”. Beati voi poveri. E guai a voi ricchi. Guai a voi sazi. Guai a voi che ridete. Questo non è moralismo: è una sentenza sulla storia. Un mondo costruito contro gli ultimi è un mondo costruito contro Dio.

E poi l’ultimo schiaffo:
«I pastori riferirono ciò che del bambino era stato detto loro». Parlano. Testimoniano. Annunciano. Dio affida il Vangelo a chi noi zittiamo. A chi non invitiamo ai tavoli che contano. A chi non consideriamo affidabile. Il cristianesimo nasce così: dal basso verso l’alto. Ma noi continuiamo a volerlo gestire dall’alto verso il basso, sterilizzato, innocuo, controllabile.

Diciamolo senza pietà: un Natale che non passa dai pastori è una menzogna.
Un Natale che non mette in crisi il nostro rapporto con gli emarginati è solo folklore.
Un Natale che non fa male è solo consumo.

Il Vangelo della notte non consola: accusa.
E ci pone davanti a una scelta che non ammette scuse:
o accetti il Dio che nasce tra gli esclusi,
o continui ad adorare un idolo che ti somiglia troppo.

Perché Dio, quella notte, ha già deciso dove stare.
E se non lo troviamo, non è perché non c’è.
È perché non siamo dove Lui ha scelto di nascere.

++Stefano

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)


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