NATALE - ANNO A
Commento al Vangelo: Gv 1,1-18 - Quando Dio si fa Carne e non si nasconde
«Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»
Nel Prologo di Giovanni non c’è nulla di tenero, nulla di sentimentale. «In principio era il Logos» non è una ninna nanna natalizia. Non è un racconto delicato da leggere accanto al fuoco. È una dichiarazione di guerra. Giovanni non racconta una nascita: racconta uno scontro. Non ci sono morbidezze, non ci sono sorrisi rassicuranti. C’è un Logos – la Parola, il Senso, la Ragione di tutto – che viene scagliato dentro una storia che non lo vuole. E non lo accoglie. Non è una favola, è realtà dura.
«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta». Non dice che le tenebre sono sparite. Non promette un mondo senza dolore, senza resistenza, senza opposizione. Le tenebre resistono, combattono, cercano di soffocare la luce. Giovanni lo dice senza mezzi termini: il male non è un incidente, non è un errore di percorso. È un’opposizione organizzata, è la lotta che attraversa la storia umana dall’inizio. Il Vangelo non promette un mondo migliore, promette una luce che non si spegne, una luce che resta, nonostante tutto. Una luce che non si piega. Una luce che fa paura. È diverso. È scomodo.
Poi arriva una frase che ti ferisce, una frase che ti costringe a guardarti dentro: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto». Non parla di “altri”, non parla dei pagani. Parla dei suoi. Di quelli che lo aspettavano, che conoscevano la Legge, che avevano la Bibbia e la tradizione. Devastante, se ci pensi bene. Si può essere religiosi e rifiutare Dio. Si può difendere Dio e non riconoscerlo quando arriva. Si può pregare il Logos e poi scacciarlo quando disturba l’ordine. Non è una storia lontana: è la nostra storia quotidiana, le volte in cui chiudiamo gli occhi perché la luce ci costringe a vedere noi stessi, le nostre debolezze, le nostre contraddizioni.
Il Prologo non accusa l’ateismo. Accusa la fede addomesticata. Quella fede che vuole Dio nei limiti dei propri schemi, che accetta la luce solo se non illumina troppo, che ama Dio finché non disturba il nostro ordine. La luce vera non consola: svela. Mette a nudo. Costringe a scegliere, sempre. Non ci lascia mai a metà strada.
«A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Non dice “a quanti erano buoni”, non parla di meriti. Parla di chi accoglie. E accogliere il Logos significa lasciare che smonti la tua vita, cambiare linguaggio, priorità, scelte. Significa lasciarsi ferire, lasciarsi trasformare. Non è un gesto educato, non è un inchino gentile. È una ferita aperta. Molti lo rifiutano. Molti lo rifiutiamo. Perché accogliere la luce significa rischiare di perdere qualcosa, di vedere la vita come non l’avevamo mai vista.
Poi Giovanni scrive parole che spaccano la storia in due: «Il Logos si fece carne». Carne. Fragilità, limite, esposizione, fallibilità. Non apparenza, non spiritualità elevata. Carne che soffre, che sanguina, che muore. Qui il cristianesimo diventa insopportabile per chi vuole controllare la fede dall’alto. Dio non resta sopra: si compromette. Entra nella materia, nella storia, nella violenza del mondo. La fede disincarnata non ha più spazio. Da questo momento, ogni distanza tra Dio e la vita reale viene cancellata.
Se Dio ha preso carne, allora la carne conta. I corpi feriti, sfruttati, scartati contano. Conta la storia concreta delle persone, non le idee astratte. Una Chiesa che parla del Logos ma ignora la carne tradisce il Prologo. Una spiritualità che non tocca la vita reale è fuga, non Vangelo. Ogni volta che ci dimentichiamo dei corpi, dei volti, delle mani che soffrono, stiamo tradendo la Parola fatta carne.
«E pose la sua tenda in mezzo a noi». Non sopra, non lontano. In mezzo. Dio non è venuto a spiegare il mondo, non si limita a un discorso filosofico. È venuto ad abitarlo. Ad abitare il dolore, la violenza, la fragilità. Non possiamo più cercarlo nei luoghi sterilizzati, protetti, separati dal dolore. Se non lo troviamo nella storia, nei conflitti, nelle ferite del presente, è perché stiamo cercando un Dio più comodo di quello reale.
«Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito lo ha rivelato». Basta proiezioni, basta immagini rassicuranti. Se vuoi sapere chi è Dio, guarda Gesù: come ama, chi frequenta, chi difende, chi scandalizza. Tutto il resto è idolatria travestita da teologia. Non si tratta di idee, non si tratta di concetti: si tratta di sguardi, di azioni, di carne.
Il Prologo di Giovanni non introduce il Vangelo: lo giudica già. La luce è qui, ma non è neutrale. O la accogli e cambi, o la rifiuti e ti difendi. Non c’è terza via.
E forse la domanda più onesta, pastoralmente, non è se crediamo in Dio.
La domanda vera è: sopportiamo un Dio che si fa carne, o preferiamo una luce che non disturba le nostre tenebre?
++Stefano
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)