29 DICEMBRE - ANNO A
Commento al Vangelo: Lc 2,22-35 - Due tortore, un bambino e una spada
«perché siano svelati i pensieri di molti cuori»

Gesù viene presentato al Signore secondo la Legge, come ogni figlio povero di Israele. Maria e Giuseppe non portano offerte solenni, non portano animali costosi, non portano ciò che esprime prestigio religioso. Portano due tortore. E questo dettaglio è teologicamente esplosivo. La Legge (Lv 12,8) prevedeva che chi non poteva permettersi un agnello offrisse due tortore o due giovani colombi. È l’offerta dei poveri. Luca lo sottolinea senza commenti, perché non servono spiegazioni: Gesù nasce dentro la povertà reale, non simbolica. Non una povertà spiritualizzata, ma economica, concreta, verificabile. Dio accetta l’offerta minima. Non chiede ciò che non si ha. Questo smaschera ogni religione che pretende sacrifici impossibili dai poveri mentre accumula ricchezze per sé.

Nelle Scritture le tortore simboleggiano semplicità, fedeltà e vita fragile. Sono animali indifesi, che vivono in coppia e non attaccano, e portarli al tempio significa dire: non abbiamo altro che la nostra fragilità e la nostra fedeltà. Dio accoglie questo. Non importa il prestigio o l’apparenza: ciò che conta è la verità della povertà e della dedizione. Qui cade ogni giustificazione di una Chiesa che pretende decoro, perfezione, “presentabilità” per avvicinarsi a Dio. Il Vangelo dice il contrario: Dio si lascia incontrare da chi arriva a mani vuote. Non dai palazzi, non dai palchi, non dalle segreterie dove si difende la reputazione e si accumula prestigio.

Nel tempio appare Simeone. E anche qui il Vangelo è spietatamente chiaro. Simeone non è un sacerdote di rango, non è un funzionario del sacro, non è un uomo di potere. È un anziano senza incarichi ufficiali. Uno che attende, uno che non ha smesso di sperare. È fuori dalle gerarchie, ma dentro lo Spirito. E questo è già una denuncia: spesso Dio parla non attraverso chi gestisce il tempio, ma attraverso chi vive ai margini del sistema religioso. Simeone riconosce ciò che altri non vedono: Dio è lì, tra le braccia di due poveri migranti, in un bambino fragile. E pronuncia parole immense: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. Ma subito chiarisce che questa salvezza non è privata, non è confessionale, non è identitaria. È luce per le genti. Non per difendere confini, ma per illuminarli. Non per escludere, ma per liberare. Ogni fede che usa Dio per chiudere, per separare, per creare nemici, sta spegnendo la luce del Vangelo.

Chi è il Simeone di oggi? Non è chi parla dai palchi, non chi occupa gli spazi mediatici, non chi difende l’istituzione a ogni costo. È chi, spesso invisibile, sa riconoscere Dio nella fragilità. È chi ascolta il grido dei poveri quando altri parlano di ordine. È chi dà voce alle vittime quando il sistema chiede silenzio. È chi resta fedele al Vangelo anche quando questo significa essere isolati, etichettati, messi da parte. Il Simeone di oggi è l’operatore sociale che lavora fino allo stremo per i bambini sfruttati, abusati, i minori maltrattati, i giovani abbandonati. È la madre che lotta per i figli senza assistenza, senza aiuti, mentre il mondo gira lo sguardo altrove. È il credente che denuncia gli abusi nella Chiesa invece di coprirli. È chi rifiuta il clericalismo e sceglie di stare con gli ultimi, con gli esclusi, con chi è invisibile. È chi non ha nulla da guadagnare e, proprio per questo, può dire la verità senza compromessi. È il profeta silenzioso, lo scandalo della coscienza, la spina nella carne del sistema

Simeone non è un predicatore accomodante. Non offre benedizioni facili. A Maria dice parole che fanno male: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti… segno di contraddizione… e anche a te una spada trafiggerà l’anima". Il Vangelo non promette una fede senza ferite. Promette una verità che costa. Gesù non è venuto a tranquillizzare, ma a dividere tra chi accoglie la vita e chi difende il potere. La sua nascita è già denuncia: contro il potere che uccide, contro la religione che amministra privilegi, contro le strutture ecclesiastiche che si proteggono mentre ignorano la sofferenza dei più piccoli. La “spada” annunciata a Maria è la ferita di chi resta dalla parte della vita quando il mondo chiede compromesso. È la ferita delle madri che oggi piangono figli uccisi dalla guerra, dalla fame, dallo sfruttamento, dall’indifferenza. È la ferita dei bambini abusati, maltrattati, traditi da chi doveva proteggerli. È la ferita dei poveri sfruttati in tutto il mondo, dei bambini soldato, dei minori sfruttati per lavoro, dei giovani senza speranza, dei migranti abbandonati lungo i confini. È la ferita di chi non si rassegna a una Chiesa che protegge se stessa invece dei piccoli, degli emarginati, dei discriminati. Il Vangelo non rimuove questa ferita: la assume e la rende luogo di rivelazione.

Questa pericope è una chiamata senza appello: non possiamo cercare una fede che non disturba, un'azione evangelica che non divide, una spiritualità che non prende posizione. Gesù è segno di contraddizione oggi come allora. Una Chiesa che non lo è, diventa irrilevante e complice dell’abominio. E Simeone lo dice chiaramente: “perché siano svelati i pensieri di molti cuori.” Il Vangelo smaschera e rivela se stiamo davvero dalla parte della vita o dalla parte dell’ordine. Se difendiamo i piccoli o le strutture di potere. Se accogliamo la luce o la temiamo perché mette in crisi i nostri equilibri.

Gesù continua a essere presentato nel tempio della storia. E ancora oggi molti non lo riconoscono, perché lo cercano nel potere, nella rispettabilità, nella sicurezza. Ma Dio continua a passare nelle braccia dei poveri, nelle offerte minime, nelle vite fragili, nei Simeoni silenziosi che sanno vedere oltre le apparenze. Lc 2,22-35 ci lascia una domanda che interroga e ci sfida: vogliamo una fede che consola o una fede che converte? Una Chiesa che difende se stessa o una Chiesa che accoglie la luce, anche quando apre il vuoto dentro di noi?

Perché i Gesù di questa società, luce per le genti e segno di contraddizione, continuino a passare.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)


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