I DOMENICA DOPO NATALE - ANNO A
Commento al Vangelo: Mt 2,13-23 - Il pianto di Rachele non è finito
«Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande; Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più»
Il Vangelo di oggi è uno dei testi più duri di tutta la Scrittura. Qui cade ogni immagine romantica del Natale. Non c’è luce soffusa, non c’è pace, non c’è sicurezza. Il Figlio di Dio non nasce protetto, al sicuro, al centro. Nasce braccato, perseguitato, costretto alla fuga. Prima ancora di parlare, Gesù conosce la violenza del potere, la paura, l’esilio. Il Vangelo ci dice con chiarezza brutale che Dio entra nella storia non dalla parte dei forti, ma dalla parte delle vittime. La comunità di Matteo cita il profeta Geremia: “Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più". Questo non è un ornamento poetico. È una denuncia. È il grido delle madri davanti ai figli strappati dalla violenza. Ed è qui che dobbiamo dirlo senza attenuanti: quel pianto non è finito. Non appartiene al passato. Risuona oggi, ora, nelle nostre città, nei nostri confini, nelle nostre chiese.
Giuseppe riceve un sogno: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto". Non è un sogno consolante, è un comando urgente. La salvezza passa attraverso la fuga. Gesù diventa un bambino rifugiato, un migrante senza documenti, uno che attraversa confini per sopravvivere. Questo non è un dettaglio secondario: è una rivelazione. Gesù non nasce “a casa sua”. Nasce in fuga. Ogni volta che una comunità cristiana demonizza i migranti, ogni volta che un credente parla di “invasione” o giustifica politiche disumane, sta negando il Vangelo alla radice. Non sta difendendo la fede: sta tradendo Cristo.
Erode rappresenta il volto peggiore del potere: un potere che ha paura di perdere il controllo e per questo diventa violento. Non difende il bene comune, difende se stesso. Quando il potere si sente minacciato, non dialoga, ma elimina. La strage degli innocenti non è solo un fatto del passato. Continua ogni volta che sistemi economici, politici e religiosi sacrificano vite per mantenere privilegi. Bambini uccisi dalla guerra, dalla fame, dallo sfruttamento, dall’indifferenza: sono gli innocenti di oggi. E il silenzio complice è una seconda strage. Rachele piange oggi per i bambini sfruttati, costretti a lavorare, venduti, resi invisibili da un’economia che li considera scarti. Piange per i bambini freddati nelle guerre, colpiti dai bombardamenti, mutilati, traumatizzati, dimenticati appena le telecamere si spostano altrove. Piange per i bambini migranti, morti in mare, nei deserti, nei centri di detenzione, respinti in nome della “sicurezza”. Bambini che fuggono come Gesù, ma che non trovano Giuseppe: trovano muri, filo spinato, burocrazia e indifferenza. E dobbiamo avere il coraggio di dirlo, senza più mezze parole: Rachele piange anche per i bambini abusati dalle chiese patriarcali e retrograde, traditi da chi avrebbe dovuto proteggerli. Abusati nel corpo, nella fiducia, nella fede. E per troppo tempo questo pianto è stato soffocato dal silenzio, dalle coperture istituzionali, dalla difesa dell’immagine invece che delle vittime. Questo non è solo peccato personale. È peccato strutturale, è complicità, è tradimento del Vangelo. Una Chiesa che protegge se stessa invece dei bambini non sta con Cristo, sta con Erode.
La Bibbia non giustifica mai il potere che uccide. Lo denuncia. Matteo è chiarissimo: Dio non sta con Erode. Sta con le madri che piangono, con Rachele che non vuole essere consolata. Questo pianto attraversa i secoli e arriva fino a noi: famiglie spezzate, periferie dimenticate, giovani senza futuro. Una Chiesa che non ascolta questo grido tradisce il Natale, il Dio di Gesù Cristo, anche se canta, prega e celebra. Giuseppe, ancora una volta, è l’uomo del fare concreto, quell'uomo che si è tirato su le maniche e ha agito per il bene e per la società. Non parla, non predica, non occupa spazi di potere. Agisce. Protegge la vita. Rischia. Cambia paese. Si adatta. È l’opposto di una fede ideologica. Giuseppe ci insegna che la vera fede non difende strutture, ma persone. Non protegge sistemi, ma vite fragili. Non cerca sicurezza, ma giustizia.
Questo testo è una chiamata durissima per la Chiesa di oggi. Non possiamo celebrare liturgie solenni mentre ignoriamo chi fugge. Non possiamo parlare di “valori cristiani” e allo stesso tempo accettare politiche che umiliano, respingono, lasciano morire. Non possiamo benedire muri, armi e fili spinati e poi dire di seguire il Vangelo. O stiamo con il bambino in fuga, o stiamo con Erode. Non ci sono vie di mezzo. Gesù torna dall’Egitto, ma non va dove il potere è concentrato. Va a Nazaret, luogo marginale, insignificante, disprezzato. Dio sceglie sempre la periferia. E ancora oggi continua a rivelarsi lontano dai palazzi, dai centri di comando, dalle chiese autoreferenziali. Si lascia incontrare dove nessuno guarda. Questa pericope ci costringe a una scelta netta: che tipo di Chiesa vogliamo essere? Una Chiesa che benedice l’ordine costituito o una Chiesa che protegge la vita? Una Chiesa che ha paura di perdere privilegi o una Chiesa che rischia per il Vangelo? Una Chiesa che parla di Dio o una Chiesa che si muove, come Giuseppe, per salvare chi è minacciato? Questo Vangelo fa male perché smaschera l'ipocrisia. Ci dice che Dio non è neutrale, ma sta dalla parte degli ultimi, dei perseguitati, degli emarginati, dei perseguitati e dei piccoli. Se vogliamo essere fedeli a Cristo, non possiamo addomesticare questo testo. Dobbiamo lasciarci giudicare. Perché il pianto di Rachele non è finito. E il bambino salvato nella notte ci chiederà un giorno, senza retorica e senza sconti:
“Dov’eri tu, quando io fuggivo?”
(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)