I DOMENICA DI AVVENTO - ANNO A
Commento al Vangelo: Mt 24,37-44 - Vegliare, servire, non restare ciechi
«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»
Gesù dice: “Come avvenne ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.” La scena è nitida e crudele: mentre Noè costruiva l’arca, il mondo continuava a vivere come se nulla fosse, mangiava, beveva, si sposava, lavorava. Nessuno vedeva la realtà imminente, nessuno si curava della vita degli altri. Questa immagine è attualissima: il mondo corre, ma molti restano ciechi davanti alla sofferenza altrui, alla violenza, alla fame, alla guerra, alle migrazioni forzate. Bambini sfruttati, giovani privati di speranza, poveri invisibili: tutto continua come se niente fosse. Gesù non tace, ma ammonisce con parole dure: “Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno verrà il vostro Signore.” Vegliare non significa solo pregare o compiere riti rituali. Vegliare è vedere, ascoltare, intervenire, è riconoscere Dio nella fragilità del mondo. Vegliare è guardare negli occhi chi soffre mentre altri parlano di ordine e sicurezza. È alzare la voce contro i sistemi che sacrificano i più deboli per preservare privilegi. È denunciare chiese e poteri clericali che proteggono se stessi e coprono abusi, lasciando i bambini, i giovani e le vittime sole.
La storia di Noè diventa una metafora profetica per oggi: quante volte viviamo immersi nella normalità, tra lavori, famiglie, attività religiose, senza accorgerci dei segnali? Quante volte la fede si riduce a routine e tradizione, ignorando chi è oppresso o maltrattato? Il Vangelo è chiaro: restare ciechi è pericolo mortale. Non per il giudizio futuro, ma per il presente. Ogni volta che chiudiamo gli occhi davanti alla povertà, all’abuso, alla violenza, diventiamo complici.
Gesù parla della sorpresa improvvisa, della porta chiusa, dell’arca che salva e del mondo che resta fuori. È un richiamo netto: non ci sarà tempo per rimpianti, non ci sarà chi potrà dire: “Io non sapevo”. La veglia cristiana è responsabilità radicale. Vegliare significa essere presenti dove altri non vogliono vedere: nelle periferie, tra i migranti, nelle famiglie spezzate, tra i minori sfruttati o abusati, tra i giovani dimenticati. Vegliare significa difendere i piccoli quando la società e le istituzioni li tradiscono.
Chi è il vegliardo oggi? È l’operatore sociale che lavora senza gloria, è la madre che resiste al degrado e alla violenza, è il credente che denuncia gli abusi nel clero, è chi rifiuta compromessi per mantenere posti di potere. È chi si mette dalla parte dei fragili, degli esclusi, degli ultimi, e affronta il mondo senza mediazioni comode. È il Simeone moderno che vede Dio dove altri vedono solo miseria, paura, disperazione. Matteo non offre mezze misure: o vegli, o resti travolto. La fede cristiana non è un’abitudine tranquilla, ma un impegno che scuote e divide. Vegliare significa rischiare, mettersi in pericolo per chi non può difendersi. Significa denunciare ingiustizie sociali, economiche e religiose, spezzare il silenzio dei privilegi, stare con chi piange, accogliere i migranti, combattere contro le Chiese che difendono potere e struttura a discapito dei più piccoli.
Il Vangelo ci ricorda che la venuta del Figlio dell’uomo è segno di giudizio e salvezza, ma anche di responsabilità immediata. Non è un evento lontano nel tempo: ogni giorno Dio passa davanti a noi e ci chiede: “Vegliate o restate ciechi?”. Non c’è neutralità. Chi resta comodo, chi chiude la porta ai poveri, chi tace davanti agli abusi, chi giustifica il potere violento o il clericalismo, è già travolto. Chi veglia, chi serve, chi sceglie la vita e la giustizia, è accolto. Vegliare significa prendere posizione: non restare spettatori mentre il mondo distrugge bambini, giovani, poveri, migranti. Non restare indifferenti davanti alle famiglie spezzate dalla guerra, dallo sfruttamento o dall’indifferenza sociale. Non difendere privilegi ecclesiastici mentre il Vangelo chiede misericordia, coraggio, giustizia. Vegliare significa fare della propria vita un’arca di salvezza, una testimonianza concreta, un atto di amore radicale, anche quando fa male e costa.
Mt 24,37-44 ci mette davanti a una realtà insopportabile: il mondo continua come se nulla fosse, ma Dio chiama ciascuno a vegliare, a vedere, a servire. Non possiamo più restare ciechi. Non possiamo più delegare. La nostra fede non può consolare chi opprime; deve trasformare la vita, proteggere i più piccoli, denunciare gli abusi e illuminare la storia.
Vegliare, servire, non restare ciechi non è un motto: è il cuore stesso della vocazione cristiana. È la differenza tra vivere e sopravvivere, tra complicità e giustizia, tra indifferenza e amore concreto. È il richiamo radicale che scuote la coscienza: il Signore continua a passare, e ci chiede ogni giorno: “Tu cosa stai facendo per salvare chi è fragile, invisibile, minacciato?”
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