II DOMENICA DI AVVENTO - ANNO A
Commento al Vangelo: Mt 3,1-12 - La voce scomoda di Giovanni
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»
In Mt 3,1-12 Giovanni Battista entra in scena senza preamboli, senza mediazioni, senza diplomazie. Non viene dal tempio, non cerca l’approvazione delle autorità religiose del suo tempo, non si presenta con titoli o garanzie istituzionali. Viene dal deserto. E il deserto, nella Bibbia, è il luogo dove crollano le maschere, dove il potere non protegge, dove resta solo la verità. Giovanni predica una parola essenziale e scomoda: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Non consola, non tranquillizza, non anestetizza le coscienze. Scuote. Disturba. Divide. Il Giovanni Battista biblico non è un predicatore motivazionale. È un profeta. E i profeti non sono mai comodi. Giovanni denuncia l’ipocrisia religiosa, smaschera un culto che non cambia la vita, mette sotto accusa una fede che si rifugia nella tradizione ma non produce giustizia. Quando vede arrivare farisei e sadducei, non li accoglie con deferenza: li chiama “razza di vipere”. Non perché odia, ma perché ama la verità più del consenso. Giovanni sa che una religione che non converte il cuore diventa veleno.
Il Giovanni Battista di oggi, se fosse fedele a quello biblico, non sarebbe accolto con applausi nelle chiese patriarcali e retrograde. Sarebbe considerato esagerato, divisivo, pericoloso, eretico. Parlarebbe dal deserto delle periferie, non dai palazzi. Denuncerebbe una chiesa che spesso ha perso il coraggio profetico per difendere se stessa. Metterebbe in discussione strutture ecclesiali che parlano di Dio ma ignorano i poveri, che difendono la morale ma chiudono gli occhi davanti alle ingiustizie, che custodiscono il potere invece di servire il popolo di Dio. Giovanni Battista oggi griderebbe contro una fede ridotta a rituale, contro una spiritualità disincarnata, contro una religione che benedice l’ordine sociale ma non lo converte. Direbbe con forza che non basta dire “siamo cristiani”, “siamo chiesa”, “abbiamo sempre fatto così”. Come nel Vangelo, anche oggi Giovanni direbbe: “Non crediate di potervi salvare con l’appartenenza”. La fede non si eredita, si vive. E si misura dai frutti: giustizia, misericordia, responsabilità, verità. Il Battista biblico annuncia un Messia che viene con il ventilabro in mano, pronto a separare il grano dalla pula. Non un Messia addomesticato, ma uno che smaschera, purifica, mette a nudo. Il Giovanni Battista di oggi ci direbbe che il Vangelo non è neutrale: prende posizione. Sta dalla parte degli oppressi, dei poveri, degli esclusi. E giudica — sì, giudica — una religione che protegge i privilegi, che giustifica il patriarcato, che silenzia le donne, che marginalizza le persone LGBT+, che considera i poveri un problema e non una rivelazione. Dal punto di vista pastorale, Giovanni Battista oggi sarebbe un richiamo radicale alla conversione comunitaria, non solo personale. Chiederebbe alle chiese: chi state servendo davvero? Dio o il vostro equilibrio interno? Il Vangelo o la vostra reputazione? Il popolo di Dio o i vostri assetti di potere? Giovanni non chiede buone intenzioni, ma cambiamenti concreti: condividere, restituire, riparare, cambiare stile di vita. Una fede che non cambia il modo di usare il denaro, il potere, la parola e il corpo non è conversione, è illusione religiosa.
Il Giovanni Battista biblico non costruisce nulla per sé. Non fonda una setta, non accumula seguaci, non cerca visibilità. La sua missione è preparare la strada a un Altro. Anche oggi, il vero profeta non punta a se stesso, ma apre spazi di libertà perché Cristo possa incontrare le persone. E Cristo passa sempre dove qualcuno ha avuto il coraggio di dire la verità, di rompere il silenzio, di disturbare l’ordine ingiusto. In una società che premia il compromesso, Giovanni Battista oggi sarebbe voce fuori dal coro. In una chiesa che spesso teme il conflitto e mette tutti a tacere, sarebbe una presenza scomoda. Ma proprio per questo sarebbe necessario. Perché senza profezia, la fede marcisce. Senza conversione, la religione diventa ideologia. Senza giustizia, il culto diventa vuoto.
Mt 3,1-12 non è un testo del passato. È uno specchio nel presente. E la domanda resta aperta: vogliamo una fede che rassicura o una Parola che converte? Una religione che protegge o un Vangelo che libera? Giovanni Battista, allora come oggi, non lascia scampo: il Regno è vicino. E questo non è un annuncio tenero. È un giudizio. E insieme, una speranza, una possibilità di vita nuova.
++Stefano
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