II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A
Commento al Vangelo: Gv 1,29-34 - L’Agnello smaschera la religione della colpa
«Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo»

Nel primo capitolo del Vangelo secondo la testimonianza della comunità di Giovanni, ai vv. 29-34, il Battista vede Gesù venire verso di lui e pronuncia una delle affermazioni più dense di tutto il Nuovo Testamento: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». Non è una frase ornamentale evangelica, ma è un concentrato di teologia, di giudizio storico e di rivelazione spirituale. E il dettaglio decisivo è quel singolare: il peccato del mondo.

Nel linguaggio biblico il peccato non è solo l’errore morale individuale. È una forza, una condizione, una dinamica che avvolge l’umanità. In Gen 3 il peccato non è semplicemente la trasgressione di un comando: è la rottura della fiducia, la distorsione della relazione. In Gen 4 infatti è una potenza accovacciata alla porta, pronta a dominare l’uomo. Nei profeti, il peccato assume inoltre dimensioni collettive: Isaia denuncia un popolo che moltiplica sacrifici ma opprime l’orfano e la vedova (Is 1,11-17); Amos grida contro un culto impeccabile che convive con l’ingiustizia sociale (Am 5,21-24). Il peccato diventa sistema.

Quando Giovanni dice che Gesù toglie il peccato del mondo, parla di questa realtà strutturale: un ordine costruito sull’egoismo, sulla violenza normalizzata, sull’idolatria del potere e del denaro. I “peccati” sono le manifestazioni; il “peccato” è la radice che li genera. Il verbo usato dall’evangelista è decisivo: Gesù “toglie”, cioè porta via assumendo, sollevando, caricando su di sé, per donare con la Parola liberazione dalle catene delle schiavitù umane. Non è un gesto magico e non è una cancellazione notarile. È un atto che passa attraverso la storia e il conflitto di sè. Gesù affronta il peccato del mondo non restando fuori, ma entrandoci dentro. Lo espone alla luce e lo lascia emergere fino alla sua forma più cruda: la condanna dell’Innocente. Qui il riferimento al Servo sofferente di Is 53 è evidente: «Egli portava il peccato di molti». Ma Giovanni va oltre: non dice “molti”, dice “il mondo”. L’orizzonte è universale e non c’è zona franca. Non c’è popolo privilegiato. Il peccato del mondo è una condizione globale, dell'essere umano, e la sua rimozione è un’opera che riguarda l’intera umanità.

Questa prospettiva mette in crisi una visione riduttiva del peccato come semplice elenco di colpe private. Per secoli, in molti contesti ecclesiali, come quello cattolico-romano, la predicazione ha insistito quasi esclusivamente sui peccati individuali, alimentando un senso di colpa continuo, talvolta patologico. La coscienza veniva tenuta sotto pressione, più per timore della punizione che per desiderio di verità. Il peccato diventava così un debito da pagare, una macchia da rimuovere attraverso pratiche spesso formalistiche. Il sistema delle indulgenze, nella sua storia complessa, ha conosciuto anche degenerazioni evidenti. In alcuni periodi si è rischiato di trasformare la grazia in meccanismo, la remissione in calcolo, la misericordia in transazione. Non si può ignorare che certe pratiche abbiano contribuito a rafforzare una religione della paura e del controllo, più che una fede della libertà. La protesta che scosse l’Europa nel XVI secolo non nacque dal nulla: fu anche reazione a un modo di trattare il peccato che aveva smarrito il cuore evangelico.

Il Vangelo di Giovanni non presenta un Cristo amministratore di pene temporali. Non parla di accumulo di meriti. Non costruisce un sistema di compensazioni spirituali. Presenta un Agnello.

L’immagine dell’Agnello è ambivalente e rimanda all’agnello pasquale di Es 12, il cui sangue segna le case degli oppressi. Rimanda al Servo di Is 53, «come agnello condotto al macello». Non è simbolo di debolezza sentimentale, ma di vita consegnata senza violenza. Gesù non vince con la forza e non impone il bene. Non elimina il peccato con un atto di dominio, ma lo disarma rifiutando di riprodurne la logica. Il peccato del mondo si manifesta proprio quando la luce viene rifiutata. Se torniamo indietro al prologo ci viene detto: «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta» (Gv 1,5). E ancora: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Il peccato è anche questa cecità strutturale, questa resistenza alla verità.

Gesù non si limita a perdonare atti isolati, ma con la sua Parola rivela l'amore del Padre-Madre. «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il peccato del mondo è anche un’immagine falsata di Dio: un Dio percepito come minaccia, come controllore, come giudice implacabile. Quando la predicazione cristiana insiste unilateralmente sul castigo, quando la spiritualità si fonda sul terrore dell’inferno più che sull’incontro con la misericordia, si rischia di perpetuare proprio quella distorsione che Cristo è venuto a sanare.

La Scrittura, invece, insiste su un’altra dinamica. In Ger 31 Dio promette un’alleanza nuova, scritta nei cuori, e in Ez 36 promette un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Il problema non è solo la colpa esterna; è il cuore indurito. Per questo il peccato va tolto alla radice. Dire che Gesù toglie il peccato del mondo significa affermare che egli inaugura una nuova umanità, una possibilità di rinascita che viene accolta. Paolo parlerà infatti di “nuova creazione” (2Cor 5,17) e Giovanni di nascita dall’alto (Gv 3,3). Non si tratta di ritoccare l’esistente, ma di trasformarlo e ridargli vita. Questo ha conseguenze ecclesiali enormi. Se una chiesa annuncia un Cristo che toglie il peccato del mondo, non può limitarsi a gestire il senso di colpa dei fedeli, ma deve interrogare le strutture che generano ingiustizia, le complicità con il potere, le dinamiche di esclusione. Il peccato del mondo non è solo nelle scelte private, ma è nelle logiche economiche disumane, nelle guerre giustificate, nelle disuguaglianze accettate come inevitabili, negli abusi coperti per salvare l’istituzione. Quando la comunità cristiana tace di fronte a queste realtà, rischia di proclamare l’Agnello con le labbra e di negarlo nei fatti, perché l’Agnello non protegge il sistema, ma lo espone alla verità.

Giovanni Battista, nel testo, non trattiene Gesù per rafforzare la propria autorità. Non costruisce attorno a sé un movimento centrato sulla sua figura, dice semplicemente: «Ecco». È un gesto di decentramento radicale. La vera testimonianza non crea dipendenza, ma orienta a Cristo. «Io ho visto lo Spirito scendere e rimanere su di lui», afferma Giovanni. Lo Spirito rimane su chi vive nella verità. E la verità non è un concetto astratto, ma è il compimento dell'alleanza: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

Se prendiamo sul serio il singolare di Giovanni, dunque dobbiamo riconoscere che il peccato del mondo non si combatte con pratiche penitenziali individuali, ma con la Parola che ridà dignità e fa rinascere alla vita. Il rischio di ogni epoca è quello di ridurre l’Agnello a una formula liturgica ripetuta come pappagalli. Ma la parola del Battista resta esigente: indica un Cristo che non si accontenta di alleviare i sensi di colpa, ma vuole liberare l’uomo dalla radice del male. Un Cristo che non costruisce sudditi impauriti, ma figli liberi.

«La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Se la nostra esperienza di chiesa non conduce a questa libertà, dobbiamo interrogarci, perché l’Agnello di Dio non è venuto a perpetuare il peccato del mondo sotto forma religiosa, ma è venuto a toglierlo.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero-Cattolica Riformata)


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