V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Vieni fuori! - Gv 11,1-45
"Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!»"
Questa pericope è un pugno nello stomaco per chi ha occhi ma non vede, per chi ha orecchie ma non ascolta, per chi chiude il cuore davanti a ciò che è ingiusto e distruttivo nella vita degli altri. Lazzaro è morto da quattro giorni. Non è una metafora leggera: è la realtà cruda, quella che non possiamo ignorare. Quattro giorni sono il tempo della disperazione, dell’abitudine al male, della rassegnazione, del cinismo che ci fa accettare ciò che è ingiusto. Quattro giorni sono il tempo della società che lascia morire bambini sfruttati, donne violentate, anziani dimenticati, poveri senza assistenza, giovani senza speranza. La tomba di Lazzaro è la tomba di ogni vita paralizzata dal sistema religioso-istituzionale patriarcale che uccide.
Gesù arriva e vede. Non ignora, non sorvola. La sua commozione è visibile: «Gesù pianse». Non è pietismo gratuito. È la partecipazione radicale alla sofferenza umana. Gesù prende sul serio la realtà della vita, la fatica delle persone, la violenza dei potenti. Qui l'Evangelo ci dà una lezione senza filtri: Dio non è neutrale. Non resta sopra le righe, non guarda dall’alto, ma è partecipe del dolore umano. Questo significa anche che una fede comoda e una religione che giustifica l’indifferenza, è tradimento. La chiesa che chiude gli occhi davanti agli abusi, che tollera lo sfruttamento, che ignora i poveri, tradisce il Vangelo e diventa complice di morte.
Poi Gesù ordina: «Lazzaro, vieni fuori!». È un comando che rompe schemi, logiche di potere, rituali vuoti. Non dice: “Sii buono, e ti darò la vita”. Dice: vivi ora, cambia ora, esci ora. E il verbo “uscire” è una chiave necessaria per comprendere la pericope odierna. Non è un semplice risveglio interiore, non è consolazione spirituale: è liberazione concreta. Uscire dalla tomba significa lasciare la passività, rompere con le catene della paura, della comodità, della rassegnazione. Uscire dalla tomba significa smascherare chi opprime, denunciare chi sfrutta, proteggere chi è fragile. È una chiamata sociale oltre che spirituale: ogni Lazzaro della società – bambini uccisi dalle guerre o dallo sfruttamento, donne abusate, anziani ignorati, poveri emarginati – può essere liberato, ma serve coraggio e azione concreta.
Chi teme la vita vera appare subito, e infatti i capi religiosi tramano la morte di Gesù. Il potere che uccide, che manipola, che sfrutta, che umilia, si spaventa della luce della vita che rompe i privilegi e smaschera tutto. È un monito che attraversa i secoli: ogni volta che una Chiesa, un governo, una struttura sociale mette il proprio interesse davanti alla protezione della vita, crea tombe. Ogni volta che ci si piega al comodo, al prestigio, alla routine, si condanna qualcuno alla morte simbolica o reale. Il potere che uccide è sempre vigile, silenzioso, elegante nella forma, ma crudele nell’effetto. E Gesù non lo tollera: invita a ribaltare la logica del mondo.
La resurrezione di Lazzaro è dunque anche un modello per la sequela oggi. Non basta pregare o compiere riti: occorre agire, rischiare, mettersi in gioco. La sequela è uscire dalle tombe della propria vita egoistica, ma anche dalla complicità sociale: non tacere davanti agli abusi, denunciare le ingiustizie, proteggere i più fragili. È insegnare ai potenti che la loro autorità non può uccidere vite. È trasformare il Vangelo in azione concreta: creare possibilità reali di rinascita per chi è schiacciato, liberare chi è oppresso, dare speranza a chi è ignorato.
Ogni Lazzaro che Gesù chiama a uscire è anche la nostra vita. La nostra passività, le nostre paure, i nostri compromessi, le nostre comodità, sono tombe che ci imprigionano. Ogni scelta di complicità con il potere che uccide, ogni silenzio davanti allo sfruttamento, ogni indifferenza davanti agli ultimi, ci mantiene avvolti dalle bende della morte. Ma la voce di Gesù grida: «Vieni fuori!». Non domani, non quando sarà comodo. Ora. Ogni Lazzaro è chiamato a una rinascita concreta. Ogni discepolo è chiamato a rischiare per la vita.
La comunità giovannea ci ricorda anche che la resurrezione non è una magia o un premio: è la vittoria della vita quando qualcuno sceglie coerenza, coraggio e giustizia. Il miracolo accade perché Gesù incontra persone pronte a rispondere: Maria, Marta, chi ascolta il Vangelo e agisce. Chi sceglie di uscire dalla tomba, chi porta luce dove c’è oscurità, chi si oppone al potere che uccide, chi protegge i fragili, chi denuncia abusi e ingiustizie, entra nel movimento della resurrezione. Questo Vangelo è crudo, spietato, ma nello stesso tempo un brano spettacolare perchè non c’è neutralità. Non ci sono zone di comfort. La vita è chiamata a vincere la morte, e la morte non è solo quella fisica: è ogni struttura, mentalità e abitudine che uccide il corpo, l’anima e la dignità degli altri. La voce di Gesù continua a risuonare: «Vieni fuori!». La domanda è: risponderemo o resteremo sepolti? Uscire dalla tomba significa vivere il Vangelo oggi con radicalità. Significa smascherare il potere che uccide, proteggere chi è fragile, trasformare la società e non accettare compromessi con chi calpesta la vita. La rinascita non è promessa futura: è possibilità concreta qui e ora, se abbiamo il coraggio di dire no alla morte imposta e sì alla vita reale.
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