IV DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Vedere la luce o restare ciechi - Gv 9,1-41
"Andò, si lavò e tornò che ci vedeva"

La pericope odierna ci mette davanti a una scena che scuote le certezze: un uomo cieco dalla nascita. Non è una metafora leggera. È un segno concreto della condizione umana e sociale, di chi nasce già ostacolato, già marginalizzato, già privato di diritti e dignità. Gesù lo incontra e compie un gesto radicale: lo guarisce. È un invito a vedere, letteralmente e spiritualmente, a rompere le cecità che paralizzano la vita e la società.

Il cieco guarito rappresenta tutti coloro che la società lascia ai margini: bambini e adolescenti sfruttati, donne abusate, poveri invisibili, migranti respinti, emarginati dai sistemi economici e religiosi. La sua cecità non era colpa sua, ma era il frutto di un mondo ingiusto, dove chi ha potere si sente autorizzato a condannare e chi resta fedele alla legge e al privilegio giudica chi è debole. E Gesù dice qualcosa di sconvolgente: la cecità non è solo fisica, ma è soprattutto spirituale. Chi crede di vedere, ma chiude gli occhi davanti all’ingiustizia, è più cieco del cieco stesso.

La scena della sabbia e del fango, delle mani che aprono gli occhi, è teologicamente molto profonda e non tutti la capiscono. Gesù non cancella la difficoltà, ma entra in contatto con la realtà sporca, concreta, fatta di terra, di fragilità, di fatica. Questo gesto ci ricorda che la fede non è un rituale, ma è un'esperienza concreta. Non basta pregare o recitare formule a memoria, bisogna sporcarsi le mani, toccare la realtà delle persone, entrare nel fango delle loro vite. Ogni religione che pretende purezza senza impegno, ogni Chiesa che rimane nei palazzi e ignora il mondo reale, tradisce il Vangelo.

Quando il cieco guarito si confronta con i farisei, Giovanni mostra tutta la durezza del potere religioso: cercano di proteggere se stessi, difendere regole e privilegi, respingere chi porta la luce. La luce di Gesù mette in crisi le loro certezze, li costringe a scegliere tra apparire giusti e vedere la verità. Ancora oggi, la luce di Dio infastidisce chi governa la religione o la società per interesse e controllo. Le gerarchie clericali che chiudono gli occhi di fronte agli abusi dei preti, alle discriminazioni o alle ingiustizie sociali, sono cieche. Non vedono la luce perché temono di perdere il potere e i privilegi. Ma Giovanni ci mostra un principio chiaro e crudele: vedere davvero significa assumersi responsabilità. Il cieco guarito diventa testimone. Non può più restare passivo. La luce che riceve lo obbliga a parlare, a sfidare le menzogne, a denunciare chi opprime. Questo è il senso più profondo del Vangelo: la fede che non diventa azione concreta è cecità. La sequela non è comodo silenzio, ma testimonianza coraggiosa. Chi sceglie di vivere la luce diventa luce per gli altri, anche quando i potenti cercano di spegnerla.

La guarigione del cieco non riguarda solo la salute fisica, riguarda la possibilità di cambiare la propria vita e quella della società. Il cieco ora vede: può muoversi, lavorare, scegliere, difendere la sua dignità e anche quella degli altri. Gesù non offre solo conforto, ma offre potere di vita. E lo fa dove nessuno se lo aspetta, con mezzi semplici, immediati, che sfidano ogni rituale e ogni gerarchia.

Oggi, chi è il cieco guarito? Siamo noi, se restiamo indifferenti davanti agli sfruttamenti, alle violenze, alle ingiustizie. È chi resta immobile davanti ai bambini che muoiono di fame, alle donne vittime di abusi, agli anziani trascurati. È chi, pur conoscendo la verità, chiude gli occhi per convenienza, paura o indifferenza. La luce di Cristo ci chiama a vedere, a scegliere, a uscire dalla nostra cecità comoda. La pericope di oggi è quindi un invito a vegliare, servire, non restare ciechi. La fede non salva chi si limita a guardare da lontano. Chi crede davvero si sporca le mani, affronta la realtà, denuncia il potere che uccide e si fa strumento di vita. Ogni Lazzaro, ogni cieco, ogni emarginato che incontriamo è un’opportunità per vivere la resurrezione ora, nella vita concreta. La luce che Gesù porta non è simbolo: è responsabilità. E chi sceglie di accoglierla diventa testimone e cambiamento, anche a costo di conflitto, isolamento e difficoltà.

La domanda che Giovanni lascia è senza scampo: vogliamo vedere davvero o restare ciechi? Accogliere la luce significa combattere le ingiustizie, proteggere chi è fragile, denunciare chi opprime e uscire dalla comodità del potere religioso o sociale. Il miracolo non è un evento del passato: è un modello di vita, sociale, morale e cristiana. La luce entra dove c’è volontà di vedere, e chi la riceve non può più tornare indietro.

 

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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