GIOVEDÌ SANTO - ANNO A
Commento al Vangelo: Gv 13,1-15 - Il vero ministero? Sparire per lasciare spazio all’altro
Il gesto della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) è uno dei passaggi più radicali del Vangelo, non tanto per la sua bellezza simbolica, ma per la sua forza destabilizzante. Se letto con attenzione esegetica, teologica e pastorale, esso mette seriamente in discussione ogni forma di potere religioso che si giustifichi come separata o superiore rispetto al popolo di Dio. Nel contesto giovanneo, Gesù compie un’azione che apparteneva agli schiavi, non ai maestri. Il testo evangelico sottolinea che Gesù è pienamente consapevole della propria identità (“sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani”): proprio da questa coscienza nasce il gesto di chinarsi verso il prossimo. Non è umiliazione subita, ma scelta libera. Un Dio che continua a scendere e incarnarsi nella debolezza umana.
Il gesto non istituisce una gerarchia, ma la capovolge. Il Maestro non si limita a insegnare il servizio, ma lo assume come forma della propria autorità. La frase finale — “vi ho dato un esempio” — non introduce un rito da replicare formalmente, ma uno stile da incarnare. Se si legge questo brano in tensione con l’idea di “ministero ordinato” inteso come distinzione ontologica o superiore dignità, emerge una frattura. Nel Vangelo, il ministero non appare mai come privilegio, ma come esposizione radicale agli altri. Quando il ministero diventa un’identità separata, un ruolo protetto, o una funzione di comando, allora tradisce la logica della lavanda dei piedi. Nel testo evangelico infatti non si trova una fondazione del ministero come istituzione sacralizzata, ma come prassi relazionale. Il vero criterio non è “chi sei” ma “come ti poni”: a servizio.
Teologicamente, questo porta a una conseguenza forte: il ministero non è proprietà di alcuni, ma vocazione di tutti e tutte. Ogni forma di ministero — ordinato o no — perde senso se non è interpretata come diaconia, cioè servizio concreto. Questo non nega l’esistenza di ministeri (ordinati) specifici, ma li relativizza radicalmente: non sono superiori, non sono fini a sé stessi, non definiscono una distanza tra le persone. Il cuore del ministero è essere altro (cambiamento radicale) diventando Altro (Dio) nell'altro (essere umano e natura). Non la struttura, non la funzione, non il riconoscimento.
Oggi, nella società contemporanea, il problema non è tanto la mancanza di ministeri, ma la loro credibilità. Le persone diffidano delle istituzioni religiose quando percepiscono incoerenza tra parole e vita. Un ministero che non “lava i piedi” — cioè che non si abbassa, non ascolta, non condivide la fragilità — diventa irrilevante. Pastoralmente, questo significa passare da una logica di “guida” a una di “accompagnamento”, da una posizione centrale a una periferica, da una voce che insegna a una presenza che condivide.
Nella società di oggi, dominata da logiche di prestazione, competizione e visibilità, il servizio evangelico è profondamente controculturale. Servire significa: sottrarsi alla logica del successo, mettere al centro chi non conta, costruire relazioni non utilitaristiche. Se il ministero — qualunque esso sia — non incide su questo piano sociale, resta confinato nel religioso e perde la sua forza trasformativa.
Alla luce di tutto questo, si può dire che il Vangelo non istituisce un ministero nel senso classico del termine, ma decostruisce ogni idea di potere religioso. Il ministero, allora, diventa un impegno concreto verso il prossimo, una responsabilità condivisa e una pratica quotidiana verso il basso. Non è ciò che distingue alcuni dagli altri, ma ciò che lega tutti nella stessa dinamica di dono.
La lavanda dei piedi dunque non è un gesto da imitare, anche se occasionalmente, ma una chiave interpretativa di tutta la vita cristiana. Ogni volta che il ministero si separa dal servizio reale, tradisce la sua origine evangelica. In questo senso, il Vangelo non fonda un’istituzione, ma inaugura uno stile: non una classe di “ministri”, ma una comunità di persone che, reciprocamente, si fanno prossime. E forse oggi, più che difendere il ministero ordinato, è necessario restituirlo al suo significato originario: prendersi cura degli altri, senza riserve e senza superiorità.
Ed è proprio qui che emerge la provocazione più radicale: il vero ministero non consiste nell’occupare uno spazio, ma nel liberarlo. Non nell’essere riconosciuti, ma nel rendere possibile la vita dell’altro. Sparire non significa annullarsi, ma decentrarsi, togliersi dal centro per lasciare che l’altro cresca, respiri, esista. Come il gesto silenzioso di chi lava i piedi e poi si rialza senza trattenere nulla per sé, così il ministero autentico è un continuo farsi da parte. Non costruisce dipendenza, ma genera libertà; non trattiene, ma consegna; non si impone, ma scompare perché l’altro possa finalmente stare in piedi.
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