VENERDÌ SANTO - ANNO A
Riflessione - "La maledizione della croce"

Il Venerdì Santo, quando lo si attraversa non come semplice ricorrenza liturgica ma come evento da comprendere nella sua densità biblica, esegetica e sociale, si impone come una giornata in cui tutto si oscura e allo stesso tempo tutto si rivela, ma in modo paradossale, destabilizzante, mai immediatamente conciliabile con le categorie religiose e culturali disponibili. La croce, che oggi può apparire come un simbolo familiare, rassicurante, perfino estetico, nel suo contesto originario non aveva nulla di tutto questo: era un segno di infamia, di esclusione, di fallimento totale, e proprio per questo il suo significato non può essere compreso se non si ritorna a quella esperienza originaria di shock e rifiuto. La Scrittura stessa non nasconde questa difficoltà, anzi la mette al centro, come quando Paolo di Tarso scrive con una lucidità quasi provocatoria: «noi predichiamo Cristo crocifisso, fonte di scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor 1,23). In questa affermazione non c’è alcun tentativo di attenuare il problema, ma piuttosto la consapevolezza che il cuore del messaggio cristiano coincide con ciò che appare inaccettabile, irrazionale, contraddittorio.

Per comprendere perché la croce susciti tale shock, bisogna entrare nel mondo simbolico e religioso del giudaismo del tempo, dove la storia è letta come spazio dell’azione fedele di Dio, e dove la figura del Messia è carica di attese di liberazione, di giustizia, di restaurazione. Il Messia non è semplicemente una guida spirituale, ma una figura che incarna la speranza di un popolo oppresso, una speranza che ha anche una dimensione concreta, storica, sociale. In questo contesto, vedere colui che è stato seguito, ascoltato, riconosciuto come profeta e forse come Messia, finire su una croce, significa assistere al crollo di un intero orizzonte di senso. Non si tratta solo di una delusione personale, ma di una crisi collettiva, di una frattura nella memoria e nell’identità di una comunità. I discepoli non sono semplicemente tristi: sono disorientati, incapaci di comprendere, come mostrano i racconti evangelici della fuga, del rinnegamento, della dispersione. La croce diventa così evento destabilizzante, perché impedisce di continuare a pensare Dio e la sua azione nella storia secondo le categorie abituali.

Ma il senso di estraneità e rifiuto non è solo religioso, è anche sociale, perché ciò che accade a Gesù è visibile, pubblico, esposto allo sguardo di tutti. La crocifissione non è una morte privata, nascosta, ma un evento costruito per essere osservato e per comunicare qualcosa alla società. Qui emerge la seconda dimensione fondamentale: la croce come condanna radicale. Il riferimento biblico è chiaro: «maledetto chiunque è appeso al legno» (Dt 21,23). Questa parola, che nasce in un contesto giuridico dell’Antico Testamento, indica una condizione di esclusione totale, di separazione, di perdita di dignità. Essere appesi al legno significa essere posti fuori dalla benedizione, fuori dalla comunità, fuori dalla memoria. Non è solo una morte, è una cancellazione sociale completa. Quando il Nuovo Testamento riprende questo testo e lo applica a Cristo, come nella Lettera ai Galati: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi» (Gal 3,13), non si tratta semplicemente di una metafora, ma del riconoscimento che nella croce si realizza pienamente quella condizione di isolamento e stigmatizzazione descritta dalla Scrittura. Dal punto di vista esegetico, questo è uno dei passaggi più radicali, perché implica che colui che è proclamato Figlio di Dio entra nella condizione del maledetto, assumendo su di sé ciò che nella tradizione biblica rappresenta il massimo della distanza da Dio.

Ma questa condizione di emarginazione non è solo teologica, è profondamente sociale. Nel mondo antico, essere maledetti significa essere esclusi, disprezzati, privati di ogni riconoscimento. La crocifissione, in particolare, mira a distruggere non solo il corpo ma anche l’identità sociale della persona. Il crocifisso è esposto nudo o quasi, insultato, deriso, abbandonato. I Vangeli sottolineano questa dimensione: «Quelli che passavano di là lo insultavano» (Mt 27,39), «anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano» (Mc 15,32). Tutto concorre a costruire un’immagine di totale disonore. In questo senso, la maledizione non è solo una categoria religiosa, ma una realtà sociale concreta: è il modo in cui una comunità espelle uno dei suoi membri, lo trasforma in esempio negativo, lo utilizza per rafforzare i propri confini. Gesù, sulla croce, attraversa questo meccanismo fino in fondo. Il suo grido «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34) non è solo citazione del Salmo 22, ma esprime un’esperienza reale di abbandono, sia nella relazione con Dio sia con gli altri. È il grido di chi si trova fuori, escluso, senza appigli. Tuttavia, proprio qui si apre una tensione ulteriore, perché questo stesso grido appartiene a un salmo che, pur partendo dall’abbandono, si apre alla fiducia. La croce, quindi, non elimina la maledizione, ma la attraversa, la espone e la porta alla luce.

Accanto a queste dimensioni, la croce è anche punto di conflitto politico. Questo aspetto è fondamentale per comprendere l’evento nella sua concretezza storica. La crocifissione è una pena romana, non ebraica, ed è utilizzata come strumento di controllo sociale: serve a mantenere l’ordine, prevenire rivolte, mostrare la forza dell’impero. Quando Gesù viene condannato alla croce, è percepito come una minaccia all’ordine pubblico. Il motivo ufficiale della condanna è chiaramente politico: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei» (Gv 19,19). Essere chiamato “re” implica una pretesa di autorità che in un contesto dominato dall’impero romano è sovversiva. Anche se Gesù non organizza rivolte armate, il suo annuncio del Regno di Dio ha implicazioni sociali e politiche innovative, mettendo in discussione l’ordine esistente. Dal punto di vista delle autorità, questo è sufficiente per intervenire. La croce diventa così luogo di scontro tra logiche di potere: quello religioso, che vede minacciata la propria interpretazione della legge e della tradizione, e quello politico, che deve garantire la stabilità. I racconti evangelici mostrano questa complessità senza ridurre la responsabilità a un solo soggetto. La risposta di Gesù non è entrare nella logica del potere, ma attraversarla in modo alternativo. «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36) non significa che non abbia conseguenze per questo mondo, ma che non si fonda sulle stesse logiche.

Il Venerdì Santo, quindi, non è solo il giorno della memoria della morte di Gesù, ma il giorno in cui si manifestano le contraddizioni della storia, le ambiguità del potere, le fragilità della religione, e allo stesso tempo la possibilità di un modo diverso di abitare queste realtà. La croce resta fonte di destabilizzazione, perché mette in crisi ogni tentativo di ridurre Dio alle nostre aspettative; resta simbolo della condizione esclusa, perché non elimina la sofferenza; resta punto di analisi politica, perché interroga le strutture di potere e le dinamiche sociali. Non può essere mai completamente addomesticata, mai ridotta a semplice simbolo: rimane punto di domanda aperto, ferita nella storia, luogo in cui si decide come comprendere Dio, l’uomo e la società.

Oggi la croce continua a parlare, non solo come oggetto di meditazione liturgica o simbolo cristologico: attraversa il mondo contemporaneo, riflettendosi nelle dinamiche di potere e nelle sofferenze collettive, e diventa prisma per leggere le ingiustizie sociali, politiche e religiose. Nei conflitti globali, questa logica si manifesta in modo drammatico: intere popolazioni sono esposte a violenza, morte e distruzione. Bombardamenti indiscriminati, assedi civili, pulizie etniche, repressioni militari, carestie indotte, migrazioni forzate e campi profughi diventano luoghi di croce moderna, dove uomini, donne e bambini vivono esclusione, umiliazione e perdita di dignità. Come sul Golgota, le vittime sono esposte pubblicamente, mentre chi esercita il potere resta protetto. Queste dinamiche mostrano che la croce è lente per comprendere la violenza istituzionale e politica, l’esposizione della vulnerabilità umana, la costruzione del capro espiatorio e l’uso della sofferenza per consolidare il controllo. Allo stesso tempo, all’interno delle chiese patriarcali e retrograde, la croce assume oggi una forma interna di marginalizzazione simbolica. Persone che non si conformano alle regole istituzionali – donne, omosessuali, presbiteri o religiosi dissidenti – sono ancora messe ai margini, private della possibilità di servire, punite moralmente o emarginate spiritualmente. La loro “croce” non è fisica, ma simbolica: giudicate, condannate, escluse per mantenere l’ordine interno. La croce continua a essere provocazione, perché mette in luce la discrepanza tra la misericordia del Vangelo e la rigidità del potere ecclesiastico; resta rappresentazione della sofferenza, perché esprime esclusione e punizione; e diventa segnale politico interno, perché mostra come la struttura religiosa eserciti controllo, costruisca norme e decida chi può partecipare e chi resta ai margini.

La croce contemporanea si intreccia quindi strettamente con le ingiustizie sociali: guerre, dittature, marginalizzazione dei più deboli, ma anche dinamiche interne alle istituzioni religiose. Essa ricorda che violenza, oppressione ed esclusione sono costanti della storia umana, e che il potere tende a creare crocefissi per consolidare la propria autorità. Le guerre, i bombardamenti, le carestie, gli sfollamenti di massa, l’uso mediatico della sofferenza diventano forme di crocifissione collettiva. Allo stesso tempo, istituzioni religiose che escludono o marginalizzano individui “non conformi” riproducono simbolicamente lo stesso meccanismo: esposizione, giudizio, esclusione, perdita di dignità. La croce resta così criterio di giudizio e riflessione: ci costringe a chiederci chi oggi viene crocifisso, chi è esposto alla violenza, chi è privato della possibilità di vivere pienamente la propria vocazione, chi è marginalizzato e chi, come Cristo, resta fedele fino alla fine, subendo la violenza senza riprodurla. Proprio perché attraversa queste dimensioni, la croce continua a essere provocatoria, rappresentazione della sofferenza e punto di osservazione politica. Non è neutra: non può essere addomesticata. Rimane interrogativo radicale, luogo di confronto con le strutture sociali, politiche e religiose. È segno di chi soffre, di chi viene escluso, di chi resiste, di chi mette in crisi le logiche del potere. Dal Venerdì Santo fino a oggi, essa non è solo memoria storica: è criterio per leggere la storia, giudicare la società, valutare le istituzioni e riconoscere la dignità di chi viene crocifisso dalle circostanze, dai sistemi di potere, dalla violenza e dall’esclusione. Essa manifesta il paradosso più radicale della storia umana: dove si consuma il massimo shock, la più profonda condanna, il problema politico più evidente, lì si apre anche la possibilità di rivelazione, speranza e trasformazione, se chi guarda sa riconoscere la sofferenza e risponde con giustizia, solidarietà e discernimento.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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