II DOMENICA DI PASQUA
Riflessione sulla figura di Tommaso rapportata alla nostra società
Tommaso siamo noi perché la sua figura, così come emerge dall'Evangelo giovanneo, attraversa il tempo come una domanda che non smette di ripresentarsi sotto forme diverse ma con la stessa sostanza: che cosa significa credere quando la verità non è immediatamente evidente, quando il racconto degli altri non basta, quando l’esperienza diretta sembra l’unico criterio possibile per orientarsi nel reale. Tommaso non è semplicemente un personaggio secondario della narrazione evangelica, ma una figura teologica e antropologica di straordinaria profondità, perché incarna la tensione permanente tra desiderio di certezza e impossibilità della certezza totale, tra bisogno di fiducia e paura dell’inganno, tra apertura alla fede e resistenza del dubbio. Nel testo giovanneo egli appare come colui che non era presente al primo incontro tra il Risorto e gli altri discepoli e le altre discepole, e quando questi gli comunicano che Gesù è vivo, la sua risposta non è un rifiuto della possibilità in sé, ma una richiesta radicale di verifica: non crederà finché non vedrà nelle mani di Gesù il segno dei chiodi e non potrà mettere il suo dito nel segno delle ferite. Questa richiesta, spesso interpretata come incredulità ostinata, è in realtà una forma estrema di esigenza del reale, una volontà di non separare la verità dalla corporeità, la fede dall’esperienza, la parola dalla presenza concreta. Tommaso non accetta un sapere per sentito dire perché comprende, forse più degli altri, che ciò che è decisivo per la vita non può essere soltanto trasmesso come informazione ma deve essere incontrato come realtà.
Eppure ciò che segue nel racconto evangelico cambia radicalmente la prospettiva: Gesù non respinge Tommaso, non lo esclude dalla comunità dei credenti, non lo rimprovera come indegno, ma ritorna proprio per lui, quasi a indicare che il dubbio non è una frattura definitiva ma una soglia relazionale. E lo invita a fare esattamente ciò che aveva chiesto, a toccare le ferite, a verificare la continuità tra il crocifisso e il risorto. Ma nel momento stesso in cui questo incontro diventa possibile, qualcosa si trasforma: il testo non ci dice se Tommaso abbia effettivamente toccato, perché il centro della scena non è il gesto fisico della verifica ma il riconoscimento che ne deriva. La sua risposta “Mio Signore e mio Dio” rappresenta uno dei vertici della cristologia giovannea, perché è la confessione più esplicita della divinità di Cristo nel quarto Vangelo, ma soprattutto perché nasce non dalla dimostrazione teorica bensì da un incontro che supera la logica della prova. Qui il dubbio non viene semplicemente eliminato, ma attraversato e trasformato in relazione.
Questa scena ha avuto un impatto enorme perché mette in crisi ogni riduzione della fede a semplice assenso intellettuale. La fede cristiana non appare come adesione cieca a un insieme di proposizioni, ma come relazione viva con una presenza che si dona. In questo senso Tommaso non è l’opposto del credente, è una figura interna alla dinamica stessa della fede, perché mostra che il credere autentico non nasce dall’assenza di domande, ma in primis dal loro attraversamento. La famosa frase di Gesù “beati quelli che pur non avendo visto crederanno” non è una condanna del dubbio, ma è l'apertura verso una forma di fede che non dipende dalla verifica sensibile immediata, ma dalla capacità di fidarsi di una testimonianza che ha già attraversato la storia. Tommaso rappresenta dunque il punto di passaggio tra due modalità dell’esperienza: quella fondata sulla visione diretta e quella fondata sulla relazione e sulla fiducia.
Ma se questa figura viene letta non solo teologicamente ma anche socialmente, la sua attualità diventa ancora più evidente. L’uomo contemporaneo vive infatti in una condizione che potremmo definire strutturalmente tommasiana. Siamo immersi in un flusso continuo di informazioni, immagini, narrazioni, dati, interpretazioni, spesso contraddittorie tra loro, che rendono estremamente difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è costruito, ciò che è autentico da ciò che è manipolato. Ed è così che la fiducia non è più un dato spontaneo ma è una conquista fragile e sempre reversibile. Proprio come Tommaso, anche noi chiediamo prove, verifiche, riscontri, fonti, e nello stesso tempo siamo consapevoli che nessuna prova è definitivamente garantita, che ogni evidenza può essere reinterpretata, che ogni immagine può essere manipolata. La condizione contemporanea è dunque segnata da una tensione permanente tra il bisogno di credere e la difficoltà di farlo. Nel mondo digitale questa dinamica si intensifica ulteriormente. Le tecnologie della comunicazione ci permettono di vedere tutto, di accedere a tutto, di essere costantemente connessi a ciò che accade nel mondo, ma proprio questa iper-visibilità produce una forma nuova di distanza dal reale. Vediamo senza toccare, assistiamo senza partecipare, conosciamo senza incontrare. La realtà diventa una superficie di rappresentazioni che si susseguono rapidamente, e in questo flusso continuo si indebolisce la possibilità di un’esperienza piena, stabile, incarnata. E così la domanda di Tommaso non è affatto superata, ma radicalizzata: come credere a ciò che non possiamo verificare direttamente? Come fidarci di ciò che non possiamo toccare? Come costruire relazioni significative in un mondo mediato da schermi e algoritmi?
Tuttavia il Vangelo non propone una semplice nostalgia della prova sensibile, anzi suggerisce qualcosa di più concreto: la verità non si riduce alla verificabilità immediata e la relazione può essere una forma di conoscenza più radicale della semplice osservazione. Tommaso viene così trasformato in simbolo di una condizione umana che non può essere risolta eliminando il dubbio, ma imparando a viverlo in modo fecondo. Il dubbio infatti può diventare chiusura, sospetto permanente, incapacità di fidarsi, oppure può diventare apertura, ricerca, tensione verso l’altro. La differenza non sta nell’assenza o presenza del dubbio, ma nel modo in cui esso viene abitato.
Tommaso rappresenta anche la fragilità costitutiva dell’essere umano. Nessuna vita significativa si costruisce senza attraversare momenti di incertezza, di perdita di orientamento, di crisi delle certezze. Il dubbio non è un difetto da correggere, ma risulta essere una dimensione strutturale della coscienza. Tuttavia, ciò che il racconto evangelico mostra è che il dubbio non è destinato a rimanere l’ultima parola. Esiste la possibilità di un incontro che non cancella la domanda ma la trasforma, che non elimina la ferita ma la integra in una nuova forma di senso. La figura di Tommaso, letta da questo punto di vista, è profondamente moderna perché rifiuta sia l’ingenuità di una fede senza domande sia il nichilismo di un dubbio senza sbocco.
Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, possiamo vedere come Tommaso parli anche alla crisi contemporanea della fiducia nelle narrazioni pubbliche e nei sistemi di sapere. La società odierna è segnata da una crescente difficoltà nel riconoscere autorità condivise: la scienza, la politica, i media, la religione stessa sono spesso percepiti attraverso il filtro della sospettosità. La società infatti inzia ad allontanarsi dalle strutture di potere (politiche e religiose) del nostro tempo e si avvicina nuovamente a ciò che è vicino alle comunità raccontare in Atti per iniziare a vivere la verità evangelica nuda e cruda. Una realtà che è stata oscurata per secoli e che nel mondo contemporaneo riaffora grazie a chi vuole seguire il Vangelo. La domanda di Tommaso diventa universale: su cosa posso basare la mia fiducia? E allo stesso tempo, la risposta evangelica suggerisce che la fiducia nasce dalla possibilità di una relazione che si dimostra affidabile nel tempo e che non richiede regole che privano l'essere umano della propria libertà.
Tommaso siamo noi non perché siamo semplicemente increduli, ma perché viviamo nella tensione tra bisogno di verità e impossibilità di una verità assolutamente controllabile. La sua storia ci ricorda che il dubbio è una delle sue forme possibili, forse la più onesta. E che la fede, intesa in senso più ampio come capacità di fidarsi, di legarsi, di esporsi a una relazione, non nasce dalla certezza assoluta, ma dalla disponibilità a riconoscere una presenza viva anche dentro l’incertezza. Tommaso non rappresenta quindi un fallimento della fede, ma la sua soglia più umana: quella in cui l’essere umano smette di pretendere un controllo totale sul reale e accetta di entrare in un rapporto che lo supera. Ed è proprio in questa soglia che il dubbio si trasforma in possibilità di incontro, e la domanda una diventa forma di relazione con ciò che chiamiamo verità, con gli altri, e forse anche con Dio stesso.
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