II DOMENICA DI PASQUA
Commento al Vangelo: Gv 20,19-31 - Il Risorto che apre le porte chiuse
"Pace a voi"
Nella pericope odierna, la scena si apre dentro una casa con le porte sbarrate. Non è un dettaglio marginale, ma un’immagine che parla da sola. I discepoli e le discepole sono lì dentro perché hanno paura. Fuori c’è lo stesso mondo che ha portato Gesù alla croce, e loro non vogliono esporsi. Non stanno organizzando una nuova fase, non stanno elaborando un progetto: stanno semplicemente cercando di restare nascosti, di non essere coinvolti ancora una volta. L’atmosfera è quella di chi ha perso il centro. Le parole non scorrono facilmente: si interrompono, si riprendono, si spengono. Qualcuno prova forse a ricostruire gli eventi, a dare un ordine a ciò che è accaduto, ma senza riuscirci davvero. Tutto è ancora troppo vicino, troppo aperto. Non c’è una lettura condivisa, non c’è una direzione. Solo una comunità chiusa, che si stringe in uno spazio piccolo, come se restringendo il mondo potesse controllarlo. Letta in chiave pastorale, questa immagine è già estremamente attuale. Non descrive solo un gruppo del passato, ma molte forme di comunità cristiana quando vengono emarginate da tutti, quando vengono attaccate da chi si crede possessore di Dio, e si chiudono su se stesse: quando prevale la difesa, quando la paura del giudizio esterno o dell’insuccesso missionario porta a ridurre gli spazi, a irrigidire le relazioni, a vivere più in autoprotezione che in apertura. È una Chiesa che resta “dentro”, ma non nel senso evangelico dell’intimità con il Signore: dentro nel senso della chiusura. Ed è proprio lì, in questa situazione bloccata, che accade qualcosa che non rientra negli schemi. Gesù è in mezzo a loro. Il racconto non descrive passaggi, non costruisce le attese, non spiega le modalità. Semplicemente afferma la sua presenza. E questo già cambia tutto: non sono loro ad arrivare a lui, è lui che si trova lì, dentro quella chiusura.
La prima parola che pronuncia è: "Pace a voi". È una frase semplice, ma nel contesto acquista un peso particolare. Nel linguaggio biblico, la pace non è mai solo tranquillità o assenza di conflitto. È una realtà più ampia: indica pienezza di vita, relazione ricomposta, stabilità ritrovata. E qui questa parola arriva in una situazione che di stabile non ha nulla. Non è detta a persone serene, ma a persone chiuse nella paura. Questa parola ha una forza destabilizzante: entra proprio dove le relazioni sono interrotte, dove la fiducia è crollata, dove prevale la logica della difesa. “Pace” non significa qui semplice armonia interiore, ma possibilità concreta di ricostruire legami là dove tutto sembrava finito. Subito dopo, però, non arriva nessuna spiegazione. Nessuna interpretazione degli eventi, nessuna lettura della croce. Gesù compie un gesto molto concreto: mostra le mani e il fianco. Espone le ferite. E questo dettaglio è decisivo anche pastoralmente: il Risorto non si presenta come qualcuno che ha cancellato il dolore, ma come qualcuno che lo attraversa e lo porta con sé. Questo è un punto delicato: non c’è annuncio credibile che passi dalla rimozione delle ferite. Una comunità che non riconosce il proprio limite, le proprie fragilità, le proprie contraddizioni, rischia di parlare di pace senza averla attraversata. Qui invece la pace passa attraverso il corpo ferito. E proprio da queste ferite nasce il riconoscimento dei discepoli. Il testo registra il passaggio con sobrietà: dalla paura alla gioia. Non una gioia emotiva superficiale, ma un cambio di stato. È interessante anche in chiave pastorale: la fede non nasce da una spiegazione completa, ma da un incontro che rimette in relazione.
Gesù ripete: “Pace a voi”. E questa volta la parola si apre verso una direzione nuova: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Qui il testo assume una dimensione chiaramente missionaria e sociale. La pace non è destinata a restare dentro uno spazio protetto. Non è un’esperienza da conservare in forma privata o comunitaria chiusa. Diventa invece un principio di invio. Questo è uno snodo decisivo: la Chiesa non nasce per custodire una sicurezza, ma per essere rimessa in movimento. Non per difendersi dal mondo, ma per attraversarlo e ridargli dignità.
Segue poi un gesto breve, quasi impercettibile: Gesù soffia su di loro e parla dello Spirito. È un’immagine di trasmissione di vita. Non si tratta di un potere riservato a pochi, ma di una responsabilità condivisa. E subito viene esplicitato un compito concreto: il perdono dei peccati. Il peccato, nel linguaggio biblico, non è solo una realtà individuale, ma ciò che spezza le relazioni, che genera esclusione, che irrigidisce i legami. Affidare alla comunità il compito del perdono significa collocarla dentro una funzione sociale precisa: essere spazio in cui le relazioni possono essere riaperte, non definitivamente chiuse.
Quando il racconto introduce Tommaso, la dinamica si sposta su un altro piano. Non era presente. E quando ascolta la testimonianza degli altri, non si lascia convincere facilmente. La sua richiesta è concreta, quasi radicale: vuole vedere e toccare le ferite. Tommaso rappresenta una figura molto attuale. Non rifiuta a priori, ma chiede un’esperienza verificabile. È l’uomo che non si accontenta di un annuncio mediato, ma pretende una forma di autenticità. In contesto sociale, potremmo dire che è la domanda di credibilità: ciò che viene annunciato deve reggere il contatto con la realtà concreta.
Otto giorni dopo, la scena si ripete. La casa è la stessa, le porte sono ancora chiuse, la situazione esterna non è cambiata. Questo dettaglio è importante anche oggi: le condizioni storiche, sociali ed ecclesiali non cambiano immediatamente. Eppure qualcosa matura dentro. Di nuovo Gesù è in mezzo a loro. Di nuovo: “Pace a voi”. Come se ogni ripartenza dovesse passare da lì. Anche pastoralmente, questo è significativo: non si parte mai da zero, ma da una pace che viene donata prima ancora che tutto sia risolto. Gesù si rivolge a Tommaso senza escluderlo. Non lo rimprovera, ma lo prende sul serio. Il suo linguaggio viene assunto, non respinto. Il testo non descrive poi il gesto del contatto, ma si concentra sulla sua risposta: “Mio Signore e mio Dio”. È il punto in cui la ricerca personale diventa riconoscimento. La fede infatti non si trasmette come imposizione, ma come incontro che passa anche attraverso domande esigenti. Una comunità che non regge le domande difficili rischia di non essere credibile.
La beatitudine finale amplia ulteriormente lo sguardo: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. Non è una svalutazione dell’esperienza dei discepoli e delle discepole, ma una apertura all'evangelizzazione. La fede non resta confinata all’esperienza originaria, ma si comunica attraverso il racconto. Il testo si chiude chiarendo il suo scopo: suscitare la fede, cioè il riconoscimento di Gesù come Cristo e Figlio di Dio. E questa fede non resta teorica, ma riguarda la vita concreta. Se si ritorna all’inizio, a quella casa con le porte chiuse, il movimento diventa ancora più chiaro. Dal punto di vista sociale, è un gruppo che si ritira. Dal punto di vista pastorale, è una comunità che rischia di ripiegarsi su se stessa. Eppure proprio lì avviene un passaggio decisivo: non è la comunità a trovare una via d’uscita, ma una presenza che entra dentro la chiusura e la riapre dall’interno.
E da lì, lentamente, tutto ricomincia a muoversi: non in modo ideale, non senza ferite, ma dentro la realtà concreta della vita.
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