IV DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 10,1-10 - La porta stretta della vita
“In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore”

Gesù non si presenta subito come figura teologica alta o come oggetto di riflessione astratta. Non parte dal cielo, ma da un’immagine terrena, concreta, quasi silenziosa: un recinto per pecore, una porta, un pastore, una voce. È un modo tipico del quarto evangelo: le cose decisive vengono dette attraverso ciò che è quotidiano e portato a un livello in cui diventa rivelazione. E infatti tutto si apre con una distinzione netta, quasi tagliente: chi entra nel recinto delle pecore senza passare dalla porta è un ladro e un brigante. Questa è la chiave di lettura della realtà. Non si parla semplicemente di comportamento corretto o scorretto, ma si svela la modalità di accesso alla vita degli altri. C’è chi entra rispettando un passaggio, e c’è chi entra scavalcando. E questa differenza non riguarda solo l’esterno e rivela l’interiorità di chi entra.

Nella Palestina del tempo, il recinto era uno spazio reale di protezione notturna per le greggi, un luogo dove le pecore venivano radunate e custodite, mentre nel linguaggio giovanneo diventa l'immagine della vita condivisa con gli altri, della comunità, della relazione tra Dio e il suo popolo. E dentro questo spazio non tutto ciò che si muove ha la stessa origine. C’è un elemento che colpisce subito: il guardiano apre a chi entra dalla porta. Non c’è nessuna forzatura. L’accesso avviene attraverso un riconoscimento. E subito dopo il testo si sposta su un elemento ancora più decisivo: la voce. "Le pecore ascoltano la sua voce". Il focus non sta nello sguardo che guida una relazione, ma nell'ascolto e nella condivisione della vita. È una dinamica profondamente biblica: la fede infatti nasce riconoscendo una voce che chiama. E quella voce non è anonima. Non è un infatti un rapporto generico con un gruppo indistinto perchè si evince un legame personale e nominativo. Essere chiamati per nome significa essere riconosciuti nella propria singolarità e unicità.

Le pecore non seguono per costrizione. Seguono perché “conoscono la sua voce”. Biblicamente il verbo conoscere indica una familiarità costruita nel tempo. È qualcosa che nasce dalla ripetizione, dall’ascolto, dalla fiducia maturata. Non è immediato, non è automatico. È un riconoscimento che si forma nella storia stessa. E infatti il testo introduce subito la possibilità opposta: “un estraneo invece non lo seguiranno”, non perché le pecore siano ideologicamente selettive, ma perché esiste una memoria dell’ascolto che permette di distinguere ciò che è familiare da ciò che non lo è. La voce autentica viene dunque riconosciuta.

A questo punto il Vangelo fa un passaggio interessante: “Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava”. Anche davanti a un’immagine semplice, la comprensione non è immediata. Non basta ascoltare le parole per entrare nel loro significato. C’è un livello più profondo che richiede interpretazione. Ed è proprio qui che Gesù rilancia, ma sposta leggermente la scena rivelandosi come “la porta delle pecore” spostando il focus dal come si entra nel recinto al passaggio stesso. La porta diventa quindi identità, di una presenza personale. Gesù non più solo quella Via, ma si identifica come la Via di accesso al Regno di pace e amore qui sulla terra.

Continua la contrapposizione simbolica: “tutti quelli che sono venuti prima di me sono ladri e briganti” Il problema non è l’autorità in sé, ma l’usurpazione della relazione. Ci si dimentica spesso della vera porta: “Io sono la porta” (Gv 10,9). Ciò che ne deriva è chiaramente un movimento: “chi entrerà attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo”. Entrare e uscire è dunque libertà. Non è il recinto che imprigiona, ma la relazione che permette il movimento senza smarrimento. Una relazione che lascia liberi chi entra e chi esce. Una condivisione che la chiesa, intesa come insieme di comunità attive sul territorio, deve essere in grado di fare, senza promettere i premietti per l'essere stati buoni nel seguire i dettami di un compendio.

Il pascolo è l'immagine della vita piena, della possibilità di esistere senza essere continuamente esposti alla minaccia della perdita. È una vita che non è ridotta alla sopravvivenza e che si apre a una forma di abbondanza. E proprio qui il discorso cambia tono in modo netto: “Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere”. È una triade violenta e progressiva. Rubare, uccidere, distruggere: non sono solo azioni, ma modalità di relazione con la vita. C’è un modo di stare dentro la realtà che la impoverisce progressivamente, che la svuota invece di custodirla. In opposizione a questo, Gesù dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” riferendosi a una vita che eccede, che supera il minimo, che si espande producendo amore nella pienezza dei nostri tempi. 

Se si guarda l’intero movimento del testo, si nota una costruzione molto precisa. Si parte da un recinto, cioè da uno spazio chiuso e protetto. Si passa alla porta, cioè al punto di accesso. Si arriva alla voce, cioè alla relazione personale. E infine si giunge alla vita, che non è più chiusa in un luogo, ma si muove nella società. E tutto questo passa attraverso una cosa molto concreta: il riconoscimento. Le pecore riconoscono la voce, la comunità riconosce il pastore e la vita riconosce la sua origine. E dove questo riconoscimento non avviene, il Vangelo non parla solo di errore, ma di perdita di direzione: entrare dalla parte sbagliata significa non custodire la vita, ma consumarla. Alla fine ciò che resta è una domanda molto concreta che il testo lascia sospesa: da dove si entra nella vita, e quale voce si riconosce come familiare.

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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