IV DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al Vangelo: Gv 14,1-12 - Il Vangelo delle molte dimore
“Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”

C'è un momento di questo capitolo in cui si respira tensione vera. Gesù sta parlando a un gruppo ristretto e loro hanno capito che qualcosa sta per finire. Non sanno cosa, ma lo sentono. E quando una relazione sta per cambiare, il cuore si agita.

“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1).
Non è una frase spirituale da incorniciare. È un riconoscimento: siete scossi, è evidente. Siete impauriti! Non c’è nulla da negare.
Poi arriva subito il punto: fidatevi. Ma non in astratto. Fidatevi di Dio e fidatevi di me. Cioè: quello che avete visto, vissuto, toccato qui dentro, è già la chiave di svolta.

E poi quella frase che spesso si svuota di significato a forza di essere ripetuta: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore” (Gv 14,2).

Il problema nasce quando questa immagine di “molte dimore” viene proclamata come principio, ma smentita nella pratica. Perché si continua a parlare di accoglienza universale, mentre di fatto si costruiscono percorsi differenziati di appartenenza: alcuni pienamente integrati nella vita sacramentale e decisionale, altri costantemente in una condizione di attesa o di eccezione. Così l’appartenenza non è mai del tutto piena per tutti, ma graduata, filtrata, regolata da condizioni che non sempre sono dichiarate apertamente. Eppure il testo non parla di una casa a livelli, ma di una casa ampia. Non di una comunità che concede spazio, ma di una realtà che lo prepara. Il rischio è che la “molteplicità delle dimore” venga trasformata in una giustificazione di fatto per mantenere distanze interne: inclusione dichiarata, ma riconoscimento incompleto; accoglienza affermata, ma appartenenza non pienamente restituita.

Questa frase non è per niente rassicurante e dolce. È un invito radicale!
Molte dimore significa che la casa di Dio non è costruita per uniformare, ma per accogliere differenze. Non è un luogo dove entri solo se corrispondi a un modello. È uno spazio dove esiste posto reale per storie, corpi, percorsi diversi. E qui si apre una frattura evidente con tante realtà ecclesiali.

Perché a parole si dice “la Chiesa accoglie”, ma nei fatti si continua a costruire appartenenze selettive. Non si tratta solo di chi entra o non entra. Si tratta di chi può stare pienamente e chi no.
E uno degli esempi più evidenti, ancora oggi, è quello delle donne perché se prendiamo sul serio il Vangelo, Gesù non ha mai trattato le donne come soggetti secondari, anzi le ha rese le prime annunciatrici della Risurrezione. Ha parlato con loro, le ha messe al centro di scene decisive, le ha rese testimoni nei momenti più importanti. Non ha costruito una gerarchia relazionale che le escludesse.
Eppure, dentro molte strutture ecclesiali – soprattutto nelle forme più patriarcali e retrograde – alle donne viene ancora negato l’accesso pieno ai ministeri ordinati, alle responsabilità decisionali, ai luoghi dove si è guida scelta dallla comunità.

Si dice: siete importanti. Si dice: avete un ruolo fondamentale. Ma poi si aggiunge sempre un limite.
È una forma di accoglienza parziale.
E una casa con “molte dimore” non funziona così.
Perché o c’è spazio reale, oppure non è davvero casa.

Quando Gesù dice “vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2), non sta parlando di una sistemazione futura e distante. Sta dicendo che la relazione con Dio non è una concessione per pochi, ma una realtà aperta a tutti. Un posto che non si guadagna entrando in uno schema, ma che esiste già come possibilità concreta e reale.
E allora la domanda diventa inevitabile: se quella casa è così larga, perché noi la restringiamo?
Perché continuiamo a costruire comunità dove alcuni possono stare in piedi e altri devono restare ai margini?
Perché alcune voci contano e altre no?
Perché alcune vocazioni vengono riconosciute e altre no?

Il Vangelo risponde riportando tutto alla relazione: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
Non una via tra le tante. Non una struttura da seguire. Non è nemmeno una persona da osannare.
Ma è una persona (la comunità) che nei Vangeli non esclude per mantenere ordine, non restringe per controllare e non mette condizioni per riconoscerne l'appartenenza.
Sta. Ascolta. Chiama.
E soprattutto: non costruisce gerarchie di valore tra le persone.

Quando Filippo chiede “mostraci il Padre” (Gv 14,8), Gesù risponde con una frase che spiazza: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Tradotto: non cercare altrove. Guarda qui.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: se vogliamo capire com’è Dio, dobbiamo guardare come Gesù si è mosso dentro le relazioni.
E lì non troviamo esclusioni strutturali fondate sull’identità delle persone.
Non troviamo una "casa" organizzata per livelli di accesso. Troviamo una presenza che apre a tutti indistintamente da sesso, razza, idee politiche

Alla fine resta quella frase, forse la più scomoda di tutte: “Chi crede in me compirà le opere che io compio” (Gv 14,12).
Questa è una responsabilità diretta: se dici di credere, allora vivi come lui.
Questo oggi significa anche avere il coraggio di rimettere in discussione tutto ciò che, nelle nostre comunità, non somiglia a quella casa larga di cui parla il Vangelo.
Le “molte dimore” non sono un’immagine poetica degli evangeli, ma sono una misura concreta di ciò che erano davvero le prime comunità. 

E alla luce di questi racconti, la domanda resta lì, senza sconti:
le nostre comunità sono davvero casa, oppure sono ancora spazi dove alcuni/e possono entrare solo fino a un certo punto?

(Questo contenuto è di proprietà della Chiesa Vetero Cattolica Riformata)


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