ASCENSIONE - ANNO C
Commento al Vangelo del giorno Lc 24,46-53 - Il cielo che si apre dentro noi
L’Ascensione di Gesù, narrata nel capitolo finale del Vangelo di Luca, rappresenta un momento di grande intensità e significato teologico. È un passaggio carico di simbolismo e missione, che conclude la presenza fisica di Gesù nel mondo e apre la strada a un nuovo modo di essere comunità e di vivere la fede. Non si tratta di una semplice dipartita o di un allontanamento definitivo, bensì di un invio, una consegna che trasforma i discepoli da spettatori in protagonisti attivi della storia della salvezza. Dopo aver attraversato la Passione, la morte e la risurrezione, Gesù si mostra come il Signore che va verso il Padre, ma non senza lasciare un mandato chiaro e urgente: «Andate, annunciate, battezzate, portate a tutti la buona notizia della conversione e del perdono». L’Ascensione diventa così un invito a uscire dall’immobilismo, a smettere di attendere passivamente un intervento divino e a prendere in mano la propria responsabilità nel cammino di fede. È una chiamata a tradurre il messaggio evangelico in azioni concrete, in scelte di vita quotidiane, in testimonianze di amore e giustizia nelle relazioni e nelle comunità. Il cielo che si apre dentro noi non è un evento lontano o astratto, ma una realtà concreta da vivere nel mondo, nella società, come esperienza di inclusione, lotta all’emarginazione e superamento di ogni forma di esclusione.
Mentre il racconto evangelico si concentra sul passaggio glorioso di Gesù e sulla promessa dello Spirito Santo che sosterrà i discepoli, è importante notare ciò che la narrazione non dice esplicitamente ma suggerisce con forza: la marginalizzazione delle donne. Fino a quel momento, le donne erano state protagoniste silenziose ma fondamentali della vita e dell’opera di Gesù. Sono state le prime a seguirlo, a prendersi cura di lui, a testimoniare la sua resurrezione; eppure, nell’Ascensione, la missione sembra essere affidata esclusivamente agli undici apostoli maschi. Questa esclusione è sintomatica di una cultura patriarcale radicata profondamente nelle strutture ecclesiali e culturali. Tale cultura ha oscurato la radicalità del messaggio di Gesù, che invece aveva rotto con le convenzioni sociali del suo tempo, riconoscendo dignità, autonomia e valore alle donne. Gesù le ha coinvolte nel suo insegnamento e nella sua testimonianza, valorizzandole. La negazione del loro ruolo attivo e ministeriale nelle comunità cristiane istituzionalizzate rappresenta un tradimento di questa eredità e ha avuto conseguenze profonde e durature. Spesso questa esclusione è stata giustificata con argomenti teologici o dottrinali, ma in realtà riflette un atteggiamento di chiusura e conservatorismo, che ha impedito alla Chiesa universale di essere pienamente fedele al Vangelo.
L’Ascensione va dunque letta non solo come evento trascendente, ma come sfida radicale alla comunità cristiana di ogni tempo. Essa richiama all’urgenza della conversione, intesa non come adesione intellettuale, ma come cambiamento profondo di mentalità, atteggiamenti e pratiche di vita. Annunciare conversione e perdono significa invitare ogni persona a riconoscere la propria fragilità, lasciarsi trasformare dall’amore di Dio e vivere una vita nuova fondata sulla giustizia, la pace e la fraternità. Questa chiamata è universale e inclusiva: è per tutti, uomini e donne, senza esclusioni o discriminazioni. Il perdono non è un concetto astratto o solo religioso, ma una liberazione dal peso della colpa, del rancore e dell’odio. È la via per costruire relazioni autentiche e comunità fondate sull’amore reciproco, sulla solidarietà e sulla valorizzazione delle differenze, riconoscendo in ogni persona un’immagine di Dio da onorare e proteggere.
Nonostante questa chiamata, la storia della Chiesa è segnata da resistenze, chiusure e immobilismi che hanno ostacolato la piena inclusione delle donne nel ministero e nella missione. Le strutture di potere, le gerarchie maschili e le tradizioni consolidate hanno spesso mantenuto modelli di esclusione e dominio. Non si tratta solo di una questione di giustizia sociale, ma di fedeltà al messaggio di Gesù e alla sua volontà che tutti partecipino alla costruzione del Regno. La negazione del ministero femminile evidenzia come molte chiese tradizionali abbiano perso di vista la vocazione profetica e trasformativa del Vangelo. Oggi più che mai è necessario un ripensamento radicale che prenda sul serio il messaggio dell’Ascensione e la chiamata alla missione universale.
Il ministero femminile non è un privilegio concesso o una concessione, ma un diritto fondamentale, espressione della ricchezza e della diversità del corpo di Cristo. Le donne, con i loro carismi, la loro esperienza e sensibilità, sono una risorsa insostituibile per la Chiesa universale e per il mondo. L’Ascensione ci richiama quindi a un impegno concreto e quotidiano: non attendere passivamente il cambiamento, ma esserne protagonisti. Conversione e perdono devono tradursi in azioni coraggiose, in una cultura dell’inclusione e della giustizia. Significa aprire le porte della comunità a tutte le persone, riconoscendo e valorizzando il ministero femminile e promuovendo la partecipazione attiva e paritaria. È la strada per una Chiesa che sia davvero riflesso dell’amore di Gesù, un luogo dove ogni voce è ascoltata e ogni persona è valorizzata.
Il racconto dell’Ascensione diventa così una potente metafora per la vita di ogni credente e di ogni comunità. È la chiamata a non rimanere fermi, a non accontentarsi di forme statiche e tradizionali, ma a camminare verso un futuro di giustizia, pace e fraternità. Il cielo che si apre dentro noi è l’esperienza concreta di questa trasformazione, che si manifesta nel vivere quotidiano, nell’impegno sociale, nella lotta all’emarginazione e all’esclusione, nell’accoglienza di ogni persona con dignità e rispetto. Il Regno di Dio non è un progetto astratto o lontano, ma una realtà da costruire qui e ora, attraverso l’impegno quotidiano di donne e uomini che scelgono di vivere il Vangelo nella concretezza delle loro vite.
L’Ascensione non è solo un evento simbolico, ma un mandato preciso e urgente: «Andate in tutto il mondo e predicate la conversione e il perdono dei peccati». Queste parole richiamano a trasformare concretamente la vita, a cambiare rotta, a rompere con ogni forma di oppressione e ingiustizia. Conversione significa cambiamento radicale del cuore e delle azioni, perdono significa liberarsi dal peso della colpa e del giudizio per costruire relazioni nuove, fondate sull’amore e la misericordia. Ma come può avvenire tutto ciò se la comunità che annuncia resta chiusa, arroccata su gerarchie esclusive, su poteri che escludono e dominano? La conversione deve partire da ciascuno di noi, ma deve coinvolgere anche le strutture della Chiesa, il suo modo di organizzarsi e vivere la missione. Il perdono deve essere vissuto come rivoluzione concreta, accogliendo e valorizzando ogni persona, specialmente quelle che sono state messe da parte o silenziate.
L’Ascensione ci sfida profondamente: non possiamo delegare ad altri o aspettare un segno dall’alto, perché «il cielo è vuoto» e la terra ha bisogno di noi. Ci invita a prendere in mano la responsabilità, a lavorare quotidianamente nella comunità, a sostenere e valorizzare il ministero femminile non come concessione, ma come urgenza evangelica. Ci spinge a rompere le catene delle esclusioni, a distruggere ogni muro che separa e divide, a vivere davvero il messaggio di Gesù: il Regno di Dio è dono di tutti e si realizza solo nella partecipazione paritaria di uomini e donne, in vera fraternità e sororità. Non possiamo più accettare che la Chiesa di Dio resti zoppa e incompleta, che perpetui modelli di dominio maschile e metta a tacere la voce delle donne. Questa realtà è una ferita aperta che grida vendetta al cielo, perché tradisce il cuore stesso del Vangelo, che è amore, giustizia e inclusione. Oggi più che mai è urgente una conversione vera, radicale, che non sia solo di parole ma di fatti: riconoscere la dignità piena delle donne nel ministero, valorizzare i loro doni, ascoltare la loro parola e accogliere la loro presenza come parte integrante e insostituibile della Chiesa. Solo così potremo vivere l’Ascensione come ciò che è: non un addio, ma un mandato, una chiamata a costruire insieme, qui e ora, il Regno di Dio nella concretezza della nostra storia.
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